La nostra gita tra i detersivi

Sabato 5 maggio 2012 da " La Gazzetta del Mezzogiorno "

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

Il 1° maggio con i negozi aperti o chiusi non è stato solo una guerra di religione: era la festa del lavoro, bisognava santificarla. E’ stata anche la solita guerra fra ipermercati e piccoli negozi sulla domenica e sui giorni di festa. I piccoli negozi che vogliono le serrande abbassate perché le spese (dicono) sono troppe e la gente deve andare a messa, i supermercati che vogliono i cancelli aperti perché (dicono) la gente ci viene anche se va a messa. E questo benché la legge non è che faccia molte storie: chi vuole può aprire, chi non vuole può rimanere chiuso ma non obbligare gli altri a imitarlo.

 GLI IPERMERCATI APERTI  Che sia una lotta fra Gulliver e i Lilliput, è chiaro. Ma tenendo anche conto della “psicologia della crisi”. Forse non è vero che all’ipermercato tutti i prezzi sono più bassi, ma è vero che tutti i prezzi sono sotto gli occhi di tutti. Forse non è vero che l’ipermercato è proprio sotto casa, ma è vero che ci vai una volta e ti sei sistemato per la settimana. Forse non è vero che all’ipermercato trovi di tutto, ma ci trovi di sicuro più di quanto ti serva (e spesso questa è la tentazione).

 E poi, si fa presto a dire ipermercato. Uno ci entra la mattina della festa e ne esce la sera: e non è che stia solo a caricarsi di pomodori, di lampadine e di strofinacci. Anche perché ci va con la Panda non col Tir. A mezzogiorno l’ipermercato significa tavola calda tutta la famiglia. Nel pomeriggio significa giostrine per i bambini. A sera significa film in 3D. Dopo di che significa ritorno a casa non dall’ipermercato, ma dalla gita fuori porta che ha risolto il problema di una giornata altrimenti chissà quanto dispendiosa. L’ipermercato è l’escursione low cost, a basso costo, la scampagnata all’aria condizionata, il rilassamento nelle code alle casse, il cielo alle luci al neon.

 Il fatto è che basta arrivare in qualsiasi città per ritrovarle non più tappezzate dai fili d’erba delle periferie e introdotte dai banchetti del contadino con le “Uove fresche” (proprio “Uove”, fanno più folk). Ormai sono strette nella cintura di questi lunapark del consumo e dell’intrattenimento che, più che proteggerle, le soffocano. Vita artificiale dove c’era la riserva d’aria, frenesia dove c’era la riserva di tempo lento all’antica. E ipermercati sciamanti di gente che, più che perduta genuinità, cercava un tempo l’abbaglio rutilante della spesa gioiosa e trova ora la sopravvivenza frustante di fine mese. Da essere il paradiso dell’abbondanza, sono diventati il purgatorio per sopravvivere più che per vivere.

 PICCOLI NEGOZI INTELLIGENTI Che i piccoli negozi debbano difendersene, è ovvio: non è che siano spariti da nessuna parte. Chiudono in molti e più di prima, anche per la crisi. Ma ci sarà sempre chi potrà permetterseli più degli altri, spendere più che centellinare. E così come il paesino vivrà anche in tempi di megalopoli, ci sarà sempre chi la gita fuori porta potrà continuare a farsela non fra gli scaffali dei detersivi ma col suo Suv (possibilmente dichiarato al fisco) e al ristorantino al mare.

 Non per niente i negozi più intelligenti sono quelli che non sembrano negozi, ma appartamenti in cui più che travolto dagli spintoni sei accompagnato da aria amica, anche se l’aria amica fa parte del gioco. E i negozi più intelligenti sono quelli che non corrono dietro all’ipermercato perché la loro qualità non sarà mai trascurata pur in un tempo senza molta qualità. E i negozi più intelligenti sono quelli in cui non ti ignorano come negli ipermercati dove il primo addetto è a un chilometro, ma neanche ti asfissiano saltellandoti attorno con la petulanza di piazzarti qualcosa. L’acquisto non è solo un ansiogeno carrello da casalinghe disperate, ma ancòra (per fortuna) piacere e libidine, modo di star meglio per chi può. E se è vero che questo mondo ci ha trasformato da esseri umani in clienti, proprio l’opposto è il segreto del piccolo negozio, al di là della chiusura o apertura del 1° maggio.

 C’è sempre un ultimo venuto che si riteneva dovesse spazzare chi c’era prima. E’ successo alla radio quando è arrivata la televisione, succede al telefono con la posta elettronica, succede ai giornali di carta con i giornali in internet. Non se la passa male la radio, che anzi cresce. Se la passa alla grande il telefono, anche se ora è telefonino e i messaggi sostituiscono la voce. Resteranno in edicola i giornali, anzi ci spiegheranno molto meglio tutto ciò che ci dicono di più ma capiamo sempre meno. I piccoli negozi saranno gli Andreotti del commercio: tanto più vivo e vegeto (come si vede in questi giorni, auguri) quanto più gli preparano i necrologi.