Il lavoro c'è ma non si vede

Sabato 9 Giugno 2012 da la " Gazzetta del Mezzogiorno "

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Lo sappiamo tutti: c’è poco lavoro. Al Sud, poi, non ne parliamo. Escono però indagini e scopriamo che in Italia il tipo più ricercato è il cuoco. Ma come, c’è una indigestione di libri sulla cucina, sono quelli sempre in testa alle classifiche di vendita, girano più ricette della nonna che euro, anche i maschietti si fanno fotografare felici come oche col mestolo in mano, e poi ci mancano i cuochi? E non è che li paghino due soldi, guadagnano quanto un Montezemolo. E’ vero, in genere gli tocca lavorare anche di sera, nelle cucine c’è un po’ di calduccio, devono andare fuori d’estate ma che caspita vuol dire: anche il medico analista non vorrebbe maneggiare pipì altrui.
 I FIGLI DEI CONTADINI Mancano i cuochi e abbiamo una bulimia di architetti ad arrangiarsi al call center e spanciate di comunicatori a pietire uffici stampa. Proviamo a chiamare un elettricista in questi giorni di passaggio alla tv analogica in Puglia: liste d’attesa peggio di una mammografia. Senza dimenticare il mitico idraulico, tanto per dare ragione al consueto citatissimo Woody Allen: Dio è grande ma a che serve se non trovo l’idraulico? Quello dei 50 euro per mezzora, come, solo mezzora e senza fattura? Signora, ché noi operai siamo. Sembra un gioielliere.
 Questa del lavoro che non c’è e dei lavoratori neanche è una storia all’italiana, della serie non ci capirai mai nulla. Il popolo che Marcello Veneziani definisce “italieni”, che non è italiani detto da Lino Banfi ma la somma di italiani e alieni, incomprensibili creature di altri mondi. Gli è che i figli dei contadini e degli operai non vogliono fare i contadini e gli operai, né tantomeno lo vogliono i loro genitori che sognano il dottore in famiglia: così vanno a prendersi le lauree proprio quando servono di nuovo contadini e operai.
 Perciò abbiamo una stufata di università, una in ogni paesello. E abbiamo distrutto la rete di scuole professionali che spargevano saperi tecnici, quelli che non ti facevano chiamare dottore ma ti insegnavano un mestiere e ti davano un lavoro. Metti che in casa si sfasci una serranda, scricchioli una libreria, salti la guarnizione al frigo, resti incastrata una chiave, il ferro da stiro non cacci più vapore: il panico. Cioè tutto il campo della manutenzione, dell’aggiustare, del rimettere in piedi senza gettare e riacquistare: prima eravamo in grado di provvedere noi, ora c’è bisogno di factotum, di un sa-far-tutto, l’ingegnere dei poveri.
 DA’ TROPPO DI RUMENO Anche nelle città abbiamo più edili che restauratori, si continua demenzialmente a costruire ovunque ci sia un buco scampato al cemento invece di rimettere a posto ciò che già c’è. E senza più una lira o il mutuo per acquistare. Ci mancano le “buone pratiche” del conservare più che distruggere, del proteggere più che spazzare. E si continua a dire che non c’è lavoro quando magari il lavoro piange inascoltato attorno a noi.
 Il secondo mestiere più ricercato in Italia è, udite udite, la badante (o il badante). Chiamiamolo pure assistente socio-psico-sanitario se badante dà troppo di rumeno o ucraino, ma non si capisce perché si debbano aspettare rumene e ucraine come se anche questa manutenzione, la manutenzione della vita altrui, fosse una vergogna. E continuiamo a invocare studentesse che facciano le bambinaie invece di imitare quelle (poche) signore o mamme che accolgono in casa i bambini altrui come piccoli asili familiari. E’ un mestiere o no?
 E inoltre. Quante volte abbiamo bisogno dell’avvocato per un consiglio spicciolo senza dover pagare la tassa d’ingresso per l’affermato studio? Giovani avvocati che si mettano insieme in un paio di vani, abbassino la tariffa, diano la consulenza volante, aiutino nella pratica, e se c’è anche il giovane commercialista che dice la sua, tanto meglio, e il fiscalista pure. Mezzora e via. Né bisognava aspettare che arrivassero addirittura multinazionali della riparazione sartoriale per capire che rimettere o bottone o accorciare un pantalone sono lavori da camparci più che bene. E prego, ciascuno calcoli quanta roba in più ha in casa che gli ingombra e che potrebbe scambiare con altre case in mercatini sempre aperti: si risparmia lavorando.
 Forse la crisi non sarà solo una disgrazia ma anche, come sempre, un’occasione. E tutto un capitolo a parte è ciò che si può fare con internet a costo zero. Il lavoro non c’è. Ma il buon Dio in questi giorni è troppo impegnato con i suoi del Vaticano perché ce lo faccia scendere dal cielo.