Troppi Vasco Rossi ( e aiutini agli amici )

Venerdì 29 Giugno 2012 da " La Gazzetta del Mezzogiorno "

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

C’è chi dice no, canta Vasco Rossi. In questi giorni anche molti sindaci pugliesi sono impegnati a dire no: no alla chiusura dell’ospedale nel mio paese. E via a cortei con tanto di fascia tricolore, cittadini infuriati coi cartelli “Giù le mani”, catene umane, discorsi indignati a difesa di un presidio di civiltà e di sviluppo del territorio (l’ospedale). Spesso in prima linea ci sono anche parroci, passati dalle cure delle anime alle cure dei corpi.

 Finora si diceva “Non nel mio giardino”, nel senso che tu puoi costruire una nuova strada, ma l’essenziale è che non la fai dove abito io. Ma no anche a una centrale elettrica, a una discarica, a un termovalorizzatore, a una condotta della fogna. No a tutto ciò che è interesse pubblico perché io penso al mio solo interesse privato. E inutile dire che quella strada o quella centrale possono servire anche a te: sì, ma valla a fare nel giardino di quell’altro.

 Così in Italia, chessò, l’energia costa il doppio che nel resto d’Europa. E spesso ci troviamo affogati di rifiuti perché sappiamo come produrli ma non sappiamo dove metterli.

 Ora il no si è specializzato: non più no a qualcosa che si vuol fare, ma a qualcosa che si vuol togliere. Comunque no. Sia chiaro: avere un ospedale sotto casa farebbe comodo a chiunque. Ma non fa comodo a chiunque pagare più tasse perché gli ospedali si devono conservare come bandiere anche se costano più per il loro funzionamento che per l’assistenza che garantiscono. E non per colpa loro: se in un reparto di ginecologia nascono meno di 200 bambini l’anno, quei bambini saranno coccolatissimi, ma per il resto dei giorni che si fa là, si vede “Beautiful”? E quanto all’orgoglio di farli nascere nel paese dei genitori, l’anagrafe trovi il modo di registrare che sono nati nel loro paese e non qualche chilometro più in là, mica è una bibbia immodificabile.

 Così con questa storia dei mini-ospedali il presidente Vendola sta ripercorrendo lo stesso calvario di incomprensione del suo predecessore Fitto: il quale, occorre ricordarlo, con coraggio e onestà affrontò di persona piazze infuriate, ci mise la faccia (anche a rischio) pagandone il prezzo della non rielezione. Da allora sono passati parecchi anni, un itinerario vergognoso di scandali e ruberie ai danni della Regione. Ma non molti passi in avanti.

 Perché, è vero, la sanità è ancòra un casinò in cui gira troppo denaro. E ciascuno spende per conto suo: la siringa dell’ospedale sfugge al controllo della Asl, la Asl sfugge al controllo dei politici (ammesso che vogliano controllare per risparmiare e non spendere anche loro per favorire qualcuno). E così la spesa procede trionfale fino a quando la scopri per caso. Allora devi fare i piani di rientro (dalla spesa) tagliando per non vederti ridotto il contributo statale in un inseguimento senza fine ai debiti. E senza che, sia ancòra più chiaro, alla spesa crescente corrispondano migliori cure.

 In tutto questo tumulto, gli ospedali da chiudere (o quasi) in Puglia sono 20, i posti-letto da ridurre 2200: il 3 per cento totale. Il 3 per cento, mica la gente lasciata morire in strada. E però, come si fa con l’infermiere che si è comprato casa di fronte all’ospedale? E col medico che si deve fare un po’ di strada per raggiungere la nuova sede? Ecco che il sindaco inforca la fascia e diventa Masaniello. Magari, se si battesse per ridurre le liste d’attesa per una mammografia o una ecografia, sarebbe meglio.

 Governare significa anche dire qualche no: no ai cittadini che fanno le barricate davanti al loro ospedaletto, anche se sono i primi ad andarsi a curare negli ospedali più grandi. Il sindaco dovrebbe pensare più al proprio dovere civile che al prossimo voto. Ma chi dà l’esempio?

 Così, tanto per restare nell’argomento dei no, questa storia delle province da eliminare anche in Puglia. Sollevazione generale: come, la mia provincia presidio (questa volta) di identità storica e di autonomia della popolazione? Poi si scopre che le province si possono anche accorpare, con tanti saluti all’identità storica: almeno così un po’ di poltrone si salvano. Ha ragione chi dice che se ci si deve mettere a tagliare, si mettano in mezzo anche tutti i consorzi, le comunità montane, gli enti mangiasoldi più voraci delle cavallette.

 E per dirla tutta, i consiglieri regionali devono passare da 70 a 50, ma chissà che trucchetto potranno tirare fuori per evitarlo. E non è stato uno spettacolo bello l’assalto al bilancio per piazzare aiutini ai propri “clienti”, dall’Antiquarium di Canne della Battaglia alla Cavalcata di sant’Oronzo (solo per citarne alcuni): alla fine 2 milioni potranno comunque finire a una sagra o all’altra.

 Se la Puglia è una Regione virtuosa come dice Vendola, non può che fare piacere. Ma mi importa poco se, fra sindaci del no, lacrime delle province e amici che pensano agli amici, io devo pagare più tasse.