Feste e ponti chi tocca muore

Sabato 21 luglio 2012 da " La Gazzetta del Mezzogiorno "

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

C’è chi, arrivato a novembre, comincia a prendere il calendario dell’anno dopo per vedere quanti sono i ponti. E se un 25 aprile, un 1° maggio, un Ferragosto, un Natale capitano di domenica, non è proprio l’anno buono. Metti invece un 1° maggio di venerdì: ci attacchi un sabato e una domenica, e ti sei fatto la tripletta (con possibile appendice di una malattia il lunedì).

 Ora, se uno è pendolare e deve raggiungere la famiglia, ci sta. Ma se così non è, ci si chiede: che Paese è mai questo, ché già il lunedì comincia il conto alla rovescia verso il sabato o la domenica? E’ un Paese che considera il lavoro una molesta fase di passaggio da una festa all’altra? E’ un Paese che tanto soffre sul lavoro da aver bisogno di staccare la spina più che attaccarla? E’ un Paese che ha tanto lavoro da potersi consentire di volerne sempre meno?

 ACCORPARE O ELIMINARE No, nulla di tutto ciò. E’ solo un Paese che a tutto resiste, tranne alla tentazione della botta di furbizia. E un Paese spaesato in cui lo Stato è il nemico e l’azienda, in genere, anche. Un Paese senza il patto sociale dello “stiamo tutti sulla stessa barca” e, in fondo, Stato, azienda, lavoratori mettono ciascuno la propria pietra al bene comune. E’ però anche un Paese cattolico, anche se sempre a modo suo: una alleanza tra fanti e santi a favore delle feste religiose. Più in quanto feste che in quanto religiose. Anzi, siccome ha la Chiesa in casa, e la Chiesa è uno Stato straniero col quale ha accordi particolari, queste feste non si toccano dovesse finire a crisi internazionale.

 Ma ora ci risiamo: il governo dice che occorre abolirne qualcuna, accorpare i ponti per produrre di più. E non solo feste religiose, ma anche laiche. Partendo già da un record europeo di feste, uno dei record che non ci toglie mai nessuno. Un tentativo già fatto in passato con scarsa, anzi scarsissima fortuna. Riuscì solo ad Andreotti con l’Epifania, san Giuseppe, i santi Pietro e Paolo: ma lui è uno che non trattava con i sacerdoti ma direttamente col Cielo.

 Dopo di che, lo sbarramento non solo dei vescovi, ma delle categorie: dalle imprese ai commercianti, dagli albergatori alle scuole, dai partiti (sotto sotto quasi tutti) alla gente qualsiasi. Ci mancano solo i cartelli “Giù le mani dalle feste”, ma non mancano mai le menate sui diritti acquisiti al riposo, sulla sacralità dei contratti, sullo sfruttamento dell’uomo. Ma anche le menate sulle autonomie locali, ultimo vetro da rompere in caso di pericolo: non si tocchi il patrono. Del resto lo stesso ministro Riccardi in questi giorni ha detto che senza un san Nicola, un sant’Oronzo, un san Cataldo si lacera il tessuto sociale, la comunità si disperde perché un santo ci tiene più uniti dell’Unità d’Italia. Italiani soprattutto a botte di nocelle e fuochi d’artificio.

 MA IL LAVORO NON C’E’ Però il ministro è andato oltre: capisco che bisogna lavorare di più e produrre di più, ma qui il problema è che manca il lavoro. Per cui la festa può essere come la cassa integrazione: ci si ferma un po’ per evitare di fermarsi del tutto. E ci sono studiosi (come i baresissimi Nicola e Marco Costantino) che in un loro libro si chiedono se in fondo non lavoriamo troppo, altro che troppo poco, visto che c’è una iperproduzione di prodotti, si fanno ma non si vendono. Lo stesso responsabile della Fiat, Marchionne, ha detto che se si continua a vendere, anzi a non vendere auto all’attuale ritmo, fra un po’ bisognerà chiudere cinque fabbriche in Europa, fra cui una in Italia.

 Per rimanere alle auto, c’è la globalizzazione che ha abbattuto le frontiere e ci fa arrivare auto indiane o coreane che prima non arrivavano. E poi ci sono le tecnologie, ormai le auto (e non solo) le fanno i robot che hanno tolto posto agli umani. Dovremmo fare altri lavori che non ci diano altri oggetti dei quali scoppiamo, ma servizi per farci vivere meglio e farci lavorare meno. Nel frattempo stiamo sempre peggio.

 C’è stato anche il sottosegretario Polillo, la mina vagante che appena parla scatena un casino, a dire: diminuiamo le ferie. Ma le ferie sono pari alle feste, discuterle è attentare alla dignità degli italiani. Una dignità oltraggiata, per dircela tutta, ogni volta che in Italia si cerca di cambiare uno spillo. Perché saremo anche un Paese di santi, navigatori e inventori. Ma siamo soprattutto un Paese in cui se qualcosa deve cambiare, è ben altro che deve cambiare, e deve riguardare il vicino di casa o di banco. Un Paese benaltrista e altruista. Una festa.