La mia laurea fra i selvaggi

Sabato 28 luglio 2012 da " La Gazzetta del Mezzogiorno "

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

Si dice che per capire un Paese bisogna conoscere i suoi mercati o i suoi cimiteri. I mercati sono il benedetto frutto di Madre Terra, il suo amore incarnato in sapori, colori, odori. I cimiteri sono la compassione per chi non c’è più e il modo per farlo continuare a vivere in noi. Mercati e cimiteri sono,  dalla vita alla morte, il cammino di civiltà di una gente. Ma per capire un Paese bisogna conoscere anche le sue sedute di laurea. Che specie a Sud ne sono una narrazione vivente.

 E’ il Sud dove l’ultimo vecchio contadino vuole il figlio dottore. E dove attraverso quel figlio dottore si compie il sogno di una ascesa sociale da cafone a signore, si esprime l’orgoglio di tante mani callose, di tanti volti bruciati dal sole, di tante schiene spezzate di fatica. Per questo la seduta di laurea è come una festa, vale un battesimo, una prima comunione, un matrimonio. E i parenti ci vanno col vestito buono e i mazzi di fiori, sonnecchiano straniti in attesa di sentir chiamare quel nome e poi lo ascoltano commossi sia pure senza capire granché. Ma ci sono anche tutti gli amici, e quelli che stanno lontani rientrano come in un Ferragosto o un Natale degli emigranti.

 UN RITO PROFANATO La seduta di laurea è anche uno fra i riti sopravvissuti alla caduta dei tabù, alla scomparsa del sacro. Un’aura dell’università che conserva ancòra il magniloquente appellativo di Magnifico per il rettore, che riunisce il Senato accademico, che in altri posti adotta una sua divisa e attribuisce uno status a chi ci è passato. E per la seduta di laurea professori e studenti indossano la toga nera, quella coi cordoni dorati come gli ammiragli. E la proclamazione del nuovo dottore avviene nel nome del popolo italiano.

 La seduta di laurea è però anche il luogo in cui si esibisce la trasformazione di un tempo. E la festa che un tempo era una ingenua pausa nella povertà di ogni giorno, ora è la continuazione degli eccessi di ogni giorno, il palcoscenico dell’epoca del tanto peggio tanto meglio, in cui dare il meglio di se stessi significa dare il peggio, in cui si ha tanto più valore quanto meno se ne mostra. Come entrare in chiesa parlando ad alta voce, come se Bellezza significasse Volgarità, come se Decoro significasse Pacchianeria. E un tempo in cui la gioia da esprimere non è una intimità raccolta ma una hola da curva Sud, un’arma impropria capace di tutto.

 Così proprio nel momento culminante del sacramento, quando c’è il fatidico “la proclamo dottore” da ricordare per una vita, due ali tumultuanti si raccolgono e stringono d’assedio, tra flash di telefonini e telecamere in azione, fra trombe pronte all’urlo e neodottore da palleggiare come l’allenatore di una squadra di calcio che ha vinto lo scudetto. Per continuare fuori, in una bolgia di spumanti, e tric trac e coriandoli che neanche a capodanno, qualcosa a metà fra l’addio al nubilato e il bagno collettivo in piscina a mezzanotte. Lasciando uno scenario da day after, il giorno dopo il passaggio degli Unni.

 NON SOLO ALL’UNIVERSITA’ Per fortuna succede anche altro, come qualche giorno fa alla facoltà di economia dell’università di Bari. Dove il presidente di commissione nonché preside ha chiamato la polizia per far sfollare l’orda dei black bloc, e addirittura anche la Digos, come se fosse la Genova dei terroristi in nero che misero a ferro e fuoco la città. Facendo benissimo, sia sùbito chiaro, senza se e senza ma, e senza i soliti distinguo di chi si riferisce sempre al “ben altro” che avviene.

 Il preside Antonio Dell’Atti non dovrebbe rimanere un milite ignoto nella disperata difesa di due residuati storici come il decoro e la decenza. Gli fanno per fortuna compagnia due sindaci nostrani, protagonisti di una crociata che non avremmo mai voluto augurarci. Luigi Riserbato (Trani) e Mimmo Consales (Brindisi) l’hanno lanciata per difendere i palazzi comunali da quelli che ci vanno credendo di stare a casa loro. Soggetti che ci entravano con gli infradito, o gli zoccoli, o in canottiera, o in bermuda. Non avessero fatto in tempo, prima o poi sarebbero apparsi in bikini e mutande da bagno. Perché, visto l’andazzo, cosa sarà mai?

 C’è chi ha parlato un po’ pomposamente di “relativismo soggettivo”, ciascuno si fa la propria legge. Ed è lecito tutto ciò che va bene per sé. Uno potrebbe dire: come nella giungla. Sbagliando. Perché nella giungla una legge non scritta spazza via chi non la rispetta. Per essere più umani basterebbe imparare qualcosa dagli animali.