Questa estate da Penitenza

Sabato 11 Agosto 2012 da " La Gazzetta del Mezzogiorno "

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

Fino a qualche anno fa si facevano le partenze intelligenti, ora è intelligente non partire. Siamo passati dalla vacanza di massa alla vacanza dimessa. Incontriamo amici e chiediamo: beh, dove ve ne andate? Ah, non abbiamo ancòra deciso, ma comunque solo pochi giorni. Ora è più “figo” così, la voglia sfrenata di divertimento è stata sostituita dalla voglia penitenziale di espiazione. Chi sta via le tre settimane di una volta viene visto con pena e commiserazione, come un reperto archeologico: poveretto, non deve star bene. Un disertore nella guerra di resistenza. E rimane anche chi potrebbe benissimo continuare ad andare, vedi schierato anche chi se ne potrebbe fregare come ha sempre fatto. Andare? Ma che indecenza.

 UN TRADIMENTO PARTIRE Così procede l’estate dello “spread”, dell’impoverimento globale, altro che bollini neri di giornate di traffico da evitare e code di decine di chilometri sull’autostrada. Staccare la spina significa oggi tenerla bene attaccata, ci vuol niente a trovare tagliati i fili. Più che andar via per riprendere ricaricati, si difende la posizione per non ritrovarsi scaricati. Il Grande Esodo che affollava le località di villeggiatura, ora affolla le serate in città, quando come reduci da un “day after”, il giorno dopo la catastrofe, sbucano lenti dalle case i fantasmi dei sopravvissuti al caldo da giorno del Giudizio.

 Se il viaggio è una fuga, la vera fuga è oggi non fuggire. Capita di incontrare gente che prima ti spariva dal pomeriggio del venerdì, era già in fine settimana. E anche chi si è fatto una bella nuotata in un giorno feriale qualsiasi, ora lo dice raccomandando che resti fra noi, come se confessasse un peccato. La vita sembra essersi immalinconita, più che “low cost”, a basso costo, è a basso tono, anche mostrarsi appagati per un bagno a mare può dare l’idea di uno scialo. Ogni ombrellone in più sembra un sacrilegio contro la quaresima. Ogni ottimismo al posto del pessimismo viene biasimato come una ricaduta, non un modo per risollevarsi ma per riportarci tutti a fondo, chissà da dove gli viene.

 La parola d’ordine dell’Estate della Sfiducia è mortificarsi, l’imperativo è non sdrammatizzare. E anche il progetto di un viaggio pur piccolo e all’ultimo minuto, per non dare nell’occhio, sembra un tradimento alla vita di sopravvivenza, non la vita dei domani che cantano ma la vita dei domani che incombono. Partire è un po’ morire, ma proprio nel senso di non sapere cosa può succedere da un momento all’altro. Un’estate di trincea più che di sortite dall’assedio dei telegiornali, un’estate di posizioni da mantenere più che di attacco da sferrare. Come se essere nelle nostre terre del sole, e viverle radiose come meritano, fosse non fare i compiti a casa che ci chiedono come una campana rotta quelli del Nord: quelli tanto abbarbicati ai loro burrosi soldi quanto gelosi dei cieli altrui. Figli dei Puritani di un tempo, i giustizieri della croce che tagliavano la testa a chiunque mostrasse un barbaglio di felicità.

 IL RAGGIO DI SOLE Così l’estate, oltre che a basso costo, è a basso chilometraggio come impone il caro benzina. E ogni seconda casa scampata al vento purificatore è messa a giro, vengo da te, vieni da me: ma sempre bisbigliando, tra pudore collettivo e choc da Imu. Molti però non ci sono neanche andati, il nuovo male è la solitudine delle villette. L’ultimo residuo dell’Era dell’Abbondanza sono certe indegne tavolate, la regola secondo cui fra gli antipasti e il dolce devono passare almeno quattro ore e venti portate. Diciamo che si mangia per dimenticare. E anche la dieta dal giorno dopo, insalatina e petto di pollo, punta tanto al dimagrimento che alla depressione.

 Questo il clima per sei italiani su dieci quest’anno, peggio di un dopoguerra: quando però ci si stringeva per ricostruire, non per puntellare. E quando invece sei italiani su dieci partivano, fra i restanti d’agosto tornava la vecchia civiltà del vicinato, ci si aiutava per passarsi un giornale o uno sciroppo, ci si consolava alla vista di un’altra sagoma su un balcone lontano, la piccola cortesia reciproca faceva rivivere per un paio di settimane un perduto mondo più umano. E’ in fondo la solidarietà dei piccoli gesti che ha sempre tenuto in piedi questo Paese prima di essere travolti dal “tutti contro tutti” del Rancore Collettivo. Perciò questa estate di sobrietà forzata, più conventuale che cinque stelle superlusso, è forse la prova generale del ritorno di un raggio di sole.