Punti di forza punti di sforzo di Bruno Gemelli

6 Settembre 2012 da " il Quotidiano della Calabria "

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«DIRE che il Sud è il futuro è come dire che la Terra è quadrata)). Lino Patruno, giornalista pugliese, omonimo del jazzista crotonese, mette le mani avanti, anche se non ce n’è bisogno. Così già dalle prime pagine l’autore del libro “Ricomincio da Sud – È qui il futuro d’Italia” (Rubbettino, luglio 2012, pag. 250, 14 euro), Lino Patruno appunto, avverte il lettore dovrà andare a parare questo saggio che risale la corrente come il salmone tra le rapide del fiume. Sfidando le leggi della natura. Tuttavia, si tratta di un viaggio nelle terre sudiste, sarà una visita guidata. Dare credito al Mezzogiorno, con tutto quello che è accaduto e sta accadendo, sembrerebbe un azzardo, una provocazione. Ma è meglio il paradosso che il pregiudizio. Al punto da ricominciare da noi stessi. Un Sud plurale che è declinato al singolare in virtù di crediti storici non incassati, sommando invece di dividere. Potrebbe rappresentare l’unità ancora spendibile in una nuova questione meridionale ancora possibile. Qui è il nocciolo del libro. S’incarica di interpretare la parte di Sisifo Patruno che è un autore sulle cui spalle c’è la pubblicazione, nel tempo, di una quindicina di saggi.

Ha dalla sua, in quest’ultima fatica letteraria una caratteristica che lo impegna a trasferire ai lettori le sue esperienze professionali di testimone e osservatore della realtà meridionale.

E stato per ben 13 anni, dal 1995 al 2008, direttore della “Gazzetta del Mezzogiorno” di Bari. Il giornale più diffuso in Puglia, con presenze significative nelle regioni limitrofe. Essere direttore di un giornale (inter)regionale è una bella responsabilità. Come lo è per colui il quale fa il prefetto, il questore, il magistrato, l’alto ufficiale dei CC o della Gdf, il preside, il direttore di banca, il rettore dell’università, il vescovo. Insomma, chi copre quei ruoli direzionali che incidono profondamente, nel bene e nel male, nella società circostante, provocando risultati benefici, se il compito è svolto bene, o malefici, se è svolto male. In particolare il direttore di un giornale incide, direttamente o indirettamente, lo voglia o no, sulla coscienza dei propri lettori, facendoli riflettere, stimolandoli, scuotendoli, Oppure, nei casi di populismo senile o di neocolonialismo culturale, addormentandoli o sobillandoli.

Lino Patruno, lasciando la direzione militante, non ha appeso al chiodo la penna, la parola, le idee. Le conoscenze accumulate emesse a frutto durante tanti anni di guida redazionale, dove ogni notte passano centinaia di notizie, decine di commenti, unite alle variegate convinzioni fissate in tanti anni di lavoro, hanno prodotto l’orgoglio del libro che diventa lo specchio dell’anima; una chance, forse l’ultima, di rinascita del Mezzogiorno. La direzione di un grande giornale del Sud è un osservatorio particolare perché ha visto sfilare fallimenti. Di uomini, di progetti, di promesse. Di un sistema il cui crollo è stato registrato quotidianamente, seppure in forma imperfetta, proprio da giornalisti che oggi affidano alla memoria il compito di addensare i sentimenti nella forma della scrittura. Sedimentando le condizioni del Sud nelle evoluzioni e nelle involuzioni manifestatesi nel tempo. Il libro di Patruno guarda al bicchiere mezzo pieno, bisogna dirlo subito. Anche perché del bicchiere mezzo vuoto sono piene le fosse. Ricominciare perché c’è sempre un groppo in gola.

Il saggio marca la delimitazione giornalistica, anche se l’autore non disdegna nei suoi capitoli gli addentellati storici, di studi meridionalistici, di osservazione dell’imperante dualismo italico, sino agli accadimenti contemporanei in cui c’è l’aggiornamento del cronista che sta sulla notizia.

Una miscellanea di umori, una rivincita che cerca sbocchi, che sia capace di sturare il cerume dalle orecchie dei sordi. Che sono quelli che a noi meridionali hanno guardato sempre dall’alto in basso, anche quando non era necessario, ma anche il mea culpa di noi stessi che ci siamo auto-flagellati anche quando non c’era bisogno, che ci siamo presi troppo sul serio quando invece meritavamo di essere sferzati. E poi. Il nepotismo, l’ascarismo, il familismo amorale. Di questo non c’è traccia.

E’ un libro buonista questo dì Patruno? Si. Soprattutto speranzoso. Senza mai scadere nel caramelloso, nella retorica, dell’auto-assoluzione. È buonista perché, come dicevo prima, guarda al bicchiere mezzo pieno, sapendo però cosa significhi l’altro mezzo vuoto. Anzi, c’è una vena ironica che attraversa tutto il saggio. Prendendo spunto dalle grandi contraddizioni che ha vissuto e vive questa parte del Paese.

Patruno è generoso con la Calabria perché la ricomprende in un Sud al singolare mentre sappiamo che non è così, almeno rispetto a certe aree distrettuali dell’altro Sud più virtuoso, meno individualista e masochista. Anche se in questo momento siamo tutti nella stessa barca, ma non nella medesima posizione di ripartenza. Il libro ha il merito di avere tenuto fuori da sé la politica e le sue rappresentanze spendibili (poche) e caricaturali (molte). Il volume è inserito dalla Rubbettino nella collana `8819″, che non è la sigla di un colorante, ma è il “colore” di una strada antica che fa da dorsale appenninica nel vecchio tracciato che va da Napoli a Reggio Calabria; una collana che raccoglie le vicende storiche dei territori raccontate da selezionati autori. Il libro è composto di dodici capitoli, più una sorta di auto-prefazione che introduce alla lettura, avvertendo sulle ragioni del ricominciare che dovrebbero corroborarsi da una (ri)trovata autostima collettiva.

La scrittura di Patruno ha la fluidità giornalistica, non commette l’errore di avventurarsi in analisi sociologiche o antropologiche ed è ricca del racconto vissuto con tanti nomi, date, cifre. Insomma, il portato della confidenza con l’interpretazione della notizia. Dunque, un lavoro di collage. Con riferimenti storici e un divertissement. Patruno pone ai lettori il gioco de “lo sapevate?”. È un modo per mettere in vetrina il deficit, vecchio e nuovo, di informazioni, generali e particolari, sui sudisti.

Antonio Gramsci meridionale e meridionalista, ovvero colui il quale ha posto all’attenzione nazionale, per primo e in modo tranciante, la “Questione meridionale” che l’altra parte dell’Italia considerava una questione irrisolvibile, una palla di piombo, dicevo: Gramsci rovesciò quel concetto ingaggiando una discussione con Benedetto Croce, e polemizzando anche con Camillo Prampolini che parlava di «nordici e sudici»». Gramsci diede una lettura avanzata di Machiavelli individuando nel nuovo Principe il “Partito” nella funzione dell’intellettuale collettivo, contro l’intellettuale illuminato che opera in solitudine».

Per restare al gioco di Patruno potrei suggerire: lo sapevate che il calabrese Barlaam di Seminara insegnò il greco a Petrarca e il suo discepolo, anch’egli calabrese, Leonzio Pilato tradusse Omero? Il genio calabrese ha detto sempre la sua nel crogiolo del sapere. Ma la comunità nazionale – e di questo Patruno si duole nel suo libro – non ne ha sempre avuta contezza. E così la terribilità della ‘ndrangheta (che va sempre inseguita e perseguita), la sua rappresentazione visibile e invisibile di vetrina decadente e perdurante, ancorché cruda nella visione della cronaca quotidiana, ha finito per coprire gli spazi impropri dell’immaginario collettivo.

Patruno racconta le buone pratiche che albergano nelle varie regioni meridionali. E per la Calabria dà spazio soprattutto alla vicenda umana e professionale dell’imprenditore Pippo Callipo che, all’apice del successo industriale, ha cercato di aiutare la sua regione con un difficile impegno politico che gli ha procurato soddisfazioni, riconoscimenti, ma anche momenti di scoramento per avere registrato che il suo attivismo civile, anche dopo periodi di esaltazione, andava a sbattere contro il muro dell’indifferenza, contro quella che lo stesso Callipo ama definire “la mafia della penna”

Nell’ultima parte del libro, nel capitolo “Punti di forza, punti di sforzo”, quasi a voler tirare le somme, per dimostrare che alle parole devono seguire le proposte, l’autore si fa aiutare da un conterraneo, il professor Gianfranco Viesti, che in quest’ultimo decennio si è proposto all’attenzione generale come uno degli ultimi meridionalisti non afflitti dall’afasia. Citando Viesti si legge questo passo: «Il principale punto di forza del Sud, che indicherei al resto del Paese, è quello che appare sempre un punto di debolezza e fa passare il Sud per un Nord mancato: il carattere della gente, l’organizzazione dei tempi, le relazioni umane, quella mediazione fra uno standard nordeuropeo produttivistico e uno standard mediterraneo. Sono culture che si mescolano in una sintesi originale alla quale occorre cominciare a guardare in positivo».

da: Il Quotidiano della Calabria  del 6 settembre 2012