Sarà davvero uno spasso " farlo " tutti i santi giorni?

Mercoledì 17 ottobre 2012

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TUTTI I SANTI GIORNI – di Paolo Virzì. Interpreti: Luca Marinelli, Federica Victoria Calozzo (Thony). Commedia, Italia, 2012. Durata: 1h 38 min.

 

Chissà se farlo “Tutti i santi giorni” deve essere poi questo spasso, specie quando è finalizzato non solo “allo piacer mio” ma a rimanere incinta. E sesso in genere quasi sempre all’alba, quando lui ritorna dal lavoro e lei si scapicolla per andarci.

 Improbabile coppia, questi Guido e Antonia. Lui un secchione toscano stralunato e timido detto “Guidopedio” perché massimo esperto italiano di protomartiri cristiani, che fa il portiere di notte in un grande albergo proprio per coltivare le sue letture, che parla come un libro stampato e sveglia lei col santo del giorno. Lei una ragazzaccia siciliana debordante di energia e con la faccia da schiaffi, che lavora in un odiato noleggio di auto, in rotta con la famiglia e cantautrice in locali dal dubbio gusto. Ma che insieme hanno un effetto di simpatia contagiosa. Ammorbata però da questa ossessione, figlia anche delle solite stucchevoli domande dei parenti: niente ancòra? (un bambino).

 Ma lui ha gli spermatozoi pigri e mostruosi, lei la tuba impervia. E l’itinerario verso le cure e la fecondazione assistita è uno dei pezzi più spassosi del film, complice una macchietta di ginecologo vaticano e un solito truffaldino centro benessere montano dove, camminando a piedi nudi sulla neve, se non raggiungi la gravidanza perlomeno ti becchi l’armonia.

 Ma non deve essere neanche così se lei, delusa dal risultato e sentendosi “scaduta come uno yogurt”, dà di matto ma fino a un certo punto eccetera eccetera, come lo spettatore potrà vedere da sé.

 Argomento serio, le mancate gravidanze con tutto il corredo sofferto di adozioni. Una storia qui tratta dal romanzo “La generazione” di Simone Lenzi (Dalai ed.). E per fortuna finita nella mano leggera e divertita di Paolo Virzì, maestro di atmosfere umane capaci di sublimarsi sia nella poesia che nella fatica di vivere. Come i nostri due eroi nella condizione precaria di una generazione (appunto) e nello spaesamento della città, la burina e triviale periferia romana di Acilia.

 Eppure anche a un Virzì a un certo punto il film sembra sfuggire di mano, cedendo a momenti da cinepanettone e di bozzettismo di tempi kafonal che tradiscono un po’ la levità sorridente e coinvolgente: che è merito suo ma anche dei due incredibili protagonisti. Lui, attore teatrale con una sola esperienza di cinema (“La solitudine dei numeri primi”), lei appunto cantante per la prima volta sul grande schermo e autrice della bella colonna sonora. A prima vista fatti apposta per essere opposti e invece uniti da una bravura e da una chimica perfetta. E poi, vuoi mettere, due che di questi tempi lo fanno tutti i santi giorni, dovrebbero studiarli nelle università.