L'arte di convincere avvincendo ( La sua direzione nel giornale, senza spocchia )

Marted́ 30 ottobre 2012 da " La Gazzetta del Mezzogiorno "

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Veniva da Roma, era l’uomo della televisione: una ventata dei tempi anche in redazione. Per anni aveva mandato a nanna l’Italia con la dolcezza delle buone notizie e la leggerezza dei sogni. E con lo stesso tratto misto fra umanità e mito si presentava a chi non lo conosceva e a chi lo aveva salutato quando se ne era andato da redattore capo. Quella sera del commiato disse: ho appena fatto l’ultimo titolo. E passò al mondo delle immagini che anche con lui accompagnarono quei formidabili anni. Erano gli anni dopo il ’68, gli anni della Luna, gli anni del Vietnam e gli anni dei Beatles. Secondo alcuni formidabili danni più che anni, ma certo circondati da una febbre di novità.
 Non fosse che per questo, come tale fu visto e accolto. Diciamoci la verità: un mezzo choc. Anche perché lui, che di stanze del potere ben se intendeva, e dello sfuggente potere democristiano, pareva l’emblema dell’antipotere. Un amicone, se così si può dire, benché possa sembrare stridente per un direttore. Ma Peppino, che era Peppino per tutti, era troppo intriso della sua civiltà contadina di Locorotondo, era troppo un figlio dei trulli, era troppo imbevuto dell’antica umiltà della sua terra di formiche perché potesse assumere panni diversi. E mentre tutto intorno si spazzavano vecchi tabù e odiose incrostazioni, quando c’era sempre il pericolo di una risata che seppellisse i duri a capire.
E poi, non c’era fatto che con lui non avesse un retroscena di narrazione di vita vissuta e di colte ma non spocchiose frequentazioni e citazioni. Perché in fondo animale di teatro era rimasto, quel teatro che da giovane aveva calcato, e che lo aveva messo a contatto con i più grandi interpreti, a cominciare da Eduardo. Così lievi erano le giornate con lui. Non meno della sua mano che non scriveva ma pennellava, che non sanciva ma stimolava, che aveva sempre le letture giuste alle spalle, che anche nei momenti della Storia trovava il risvolto delle storie che intercettavano sempre il comune sentire popolare.  
 Il fatto è che il primo ad amare in modo voluttuoso la vita era lui. Con una capacità contagiosa di trasmetterla, compresi i corridoi della redazione, compreso il companatico del dopolavoro oltre il lavoro. Così la pizza che con lui irrompeva nei nottambuli ritmi dei giornalisti era non solo un ’68, appunto, non solo un’occasione di stare insieme lontano dagli inevitabili veleni dell’aria, ma anche un modo di sdrammatizzare a modo suo. Si può tranquillamente giurare di non averlo visto mai arrabbiato, tutto il contrario di chi ha sempre l’aria di avere addosso l’universo.
 Ma poi, non ne aveva mica bisogno. Peppino era uno di quelli che convinceva senza imporre, che incantava senza plagiare, che con una battuta nel suo amatissimo latino era capace di irridere ogni guerra piccola o grande. Lo sentivi superiore senza che lui se ne sforzasse. Lo sentivi superiore proprio perché non lo faceva.
 Gigione un po’ lo era, i suoi tacchi sempre un po’ più alti denunciavano una piccola sindrome da prima donna, il suo modo di prendere la scena avrebbe fatto invidia a un Albertazzi o a un Gassman, il microfono per lui era una flebo. Magari egocentrico come tutti quelli che meritano il centro. Però la sua voce era un flauto, e tanto magico da perdonargli tutto, anche perché il suo stile era ben lontano dai tempi sbracati che l’Italia e non solo l’Italia avrebbe subìto. Insomma primattore ma non fino al punto, per dire, di voler fare il bambino a un battesimo o la sposa a un matrimonio.
 E poi, juventino, aggettivo che basterebbe a sintetizzare tutto lo sproloquio fin qui elargito su di lui. Sempre con Boniperti e allora Trapattoni ogni volta che la squadra giocava a Bari. E sempre quella sorprendente familiarità con tutti, perché Peppino era uomo di rapporti di primissimo livello, sia ben chiaro, quel personaggio nazionale che aveva saputo diventare senza sgomitare, lui che era partito dalle scarpe piene di terra.
 Poi ci fu un’altra sera del commiato in redazione, quando la politica irruppe in lui dopo la televisione e il giornalismo. Ma di pane e politica si era sempre nutrito, soprattutto nel nome di Aldo Moro. E però chi lo ha vissuto da più vicino, può garantire che di tutto dava l’idea tranne che del mammasantissima, di quelli che il potere logora chi non ce l’ha. Anche da senatore prima e da sottosegretario dopo, Peppino era Peppino, e il trullo sempre lì ad attenderlo.
 Certo, nessuna ipocrisia da ultimo arrivato, ne sapeva più di tanti, perché conosceva molto più di tanti. Ma è sempre rimasto quella botta di giovinezza di sempre, ci si chiedeva sempre quanti anni potesse avere. Da vecchio uomo di Puglia, Peppino era la dimostrazione che ci sono più cose in cielo e in terra che su tutti i libri di filosofia pur a lui notissimi. Ora che ci ha lasciato, la gente della campagna potrebbe dire di lui ciò che disse del suo amico Di Vittorio: lo voleva bene pure le pietre, non saccio come ha fatto a morì.