VITTIMA IL SUD E l'Italia comincị a pensare di avere la < la palla al piede >

Domenica 4 Novembre 2012 da " La Gazzetta del Mezzogiorno "

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

Attenzione a non far passare il pregiudizio verso il Sud come becerume da stadi di calcio. Converrebbe a chi il Sud lo insulta, in fondo converrebbe anche al Sud insultato. Perché si risolverebbe tutto coi tifosi napoletani che <puzzano> alla partita in casa della torinese Juventus. E magari con <Dieci, cento, mille Heysel> di ripicca allo stadio di Napoli contro gli juventini (a Heysel, in Belgio, ne morirono più di trenta in una tragica calca sulle gradinate).

  Invece la questione è molto più complicata. Perché il pregiudizio è stato la foglia di fico per coprire qualcosa di più inconfessato: politiche che hanno danneggiato e assoggettato il Sud. O almeno lo hanno escluso. Visto che sono brutti, sporchi e cattivi, stiano ai margini. Visto che sono l’anti-modernità, chi se ne infischia delle loro difficoltà. Visto che il Nord si conferma superiore e il Sud inferiore, è del tutto naturale che il primo cresca e il secondo deperisca.

 Anche così il Sud è stato fatto diventare Sud. Insomma <La palla al piede>, appunto titolo del libro di Antonino de Francesco: che traccia, come dice il sottotitolo, <Una storia del pregiudizio antimeridionale> (Feltrinelli, pag. 254, § 20). Preziosissima e ricchissima come mai prima.

 De Francesco, storico dell’università di Milano, è stato per sei anni docente e preside di facoltà in Basilicata. Il suo merito non è appunto aver riproposto il campionario più trito dei <terroni> e dei <polentoni>, ma aver smascherato quel campionario ed essere partito da molto lontano. Più dei 150 anni della scombiccherata Unità d’Italia, quando il <noi civilizzati> e il <loro affricani> (con due effe per non sbagliarsi) esplose in una virulenza arrivata intatta ai giorni nostri.

 Il pregiudizio antimeridionale aveva padri nobili, a cominciare da quei viaggiatori nordeuropei del Gran Tour che scendevano nella terra dove fioriscono i limoni per un viaggio di iniziazione in un mondo sconosciuto. Firme illustri, da Goethe in giù, ma un po’ confuse. Che venivano a caccia dell’esotico e poi lo definivano selvaggio, che cercavano il pittoresco e raccontavano di infernale, che si beavano al calore e lo traducevano in putrefatto. Quelli che dicevano di dover fare testamento prima di avventurarsi, come se il loro mondo fosse un convento di abatini.

 Dopo li seguirono i consueti inviati dei giornali del Nord, spesso più inviati nella loro fantasia che in loco. Con conferme tanto inesorabili quanto per se stessi scontate: popolazioni superstiziose, ignave, violente, addirittura cannibalesche. Epicentro la Napoli stupefacente e indolente dei lazzaroni e dei maccaroni da mattina a sera, e la Sicilia sanguinaria e conturbante delle coltellate e delle passioni estreme in una natura toccata da Dio.

 Improbabile, nel pregiudizio che precedeva il giudizio, accorgersi che l’Illuminismo italiano era nato a Napoli prima che a Milano. E che era un Illuminismo delle scienze, dell’economia, del diritto quanto l’altro sarebbe stato solo letterario. Il problema è che, dopo i pennini del folklore, arrivarono le armi della politica.

 Allora il <dalli al Sud> ebbe un salto di qualità da parte di un Nord deluso verso una terra che, fino al 1848, era stata ritenuta rivoluzionaria (anche per le assicurazioni dei patrioti fuorusciti) e pronta a cedersi. E che poi, dopo il 1861, fu tacciata di reazionaria per aver spianato la strada più a Garibaldi che ai savoiardi, fu accusata di oscurantismo per aver reagito più col brigantaggio che con la sottomissione alla conquista, fu bollata di inaffidabile per le latenti simpatie verso Mazzini. Quanto basta perché la Destra corrotta e malavitosa parlasse di un mondo addirittura antropologicamente diverso (<delinquente nato> secondo Lombroso), pregiudizio confermato dopo anche in odio all’appoggio del Sud al trasformismo della Sinistra di Crispi e alla spregiudicatezza di Giolitti.

 I due universi così artificiosamente voluti distinti si incontrarono per la prima volta nelle trincee della Grande Guerra, per ricostituirsi in <noi> contro <loro> col fascismo e col secondo dopoguerra. Secondo de Francesco, anche grazie al Sud peggiore (ed è vero) e a infauste rappresentazioni meridionali di se stessi, da Verga a Eduardo De Filippo. Ma sempre con un pregiudizio alimentato più da ragioni di potere e di supremazia che di accenti e costumi. Non dissimile, del resto, da quello verso tutti i Sud del mondo.

 Anche così si è arrivati a un’Italia sedicente unita ma divisa da un divario da vergogna ai danni del Sud. Il cerchio è chiuso.