Accendi la tv va in onda il dolore

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

Incontro gente, mi fa ancora domande sulla morte di Sarah Scazzi ad Avetrana. Dicono che è uno scandalo che la trasmissione «Chi l’ha visto» sia continuata pur essendo in collegamento la madre della ragazzina, che quindi ha avuto lì la notizia, con le telecamere che scrutavano il suo volto. Mi chiedono cosa avrei fatto io. Rispondo che avrei fatto ciò che la conduttrice Federica Sciarelli ha fatto e ciò che il 99 per cento dei telespettatori avrebbe voluto che facesse: continuare. Ma come, uno sta in onda a caccia della notizia e appena arriva dice, ora chiudiamo perché è arrivata? Mi obiettano sorpresi che non se lo aspettavano da me, come se fossi un marziano. Allora i giornalisti sono tutti uguali.
Replico che se un giornalista vede un incidente stradale non si gira dall’altra parte per pudore o malintesa etica. Esprimono la loro perplessità. E poi, come fa a dire anche di noi incolpevoli telespettatori che siamo d’accordo? E intanto si mostravano informatissimi su tutto. Ed essi c’erano davanti alla tv perché poteva succedere, perché una svolta nelle indagini era nell’aria, mica perché non c’era nulla altrove. Né, quando la notizia è drammaticamente arrivata, hanno spento, anzi sono schizzati gli indici di ascolto, nel senso che hanno acceso anche altri.
SARAH SCAZZI E «CHI L’HA VISTO» E del resto, avesse avuto pudori Raitre, c’erano altre telecamere piazzate lì, nella casa del mostro i cui familiari non sapevano ancora che fosse lui. Una casa diventata un palcoscenico, un teatrino della immediata per quanto sofferta popolarità. E se è per questo, anche i familiari avrebbero potuto evitare, visto che dopo oltre un mese avrebbero dovuto essere stufi di obiettivi davanti agli occhi, davanti a casa, ovunque. Insomma una loro maggiore discrezione. Qui non si sa davvero chi possa scagliare la prima pietra.
Il fatto è che, con tutto il rispetto e al di là di Avetrana, non c’è dolore che non voglia oggi correre a esibirsi in tv. Un tempo si diceva di gente chiusa nel proprio dolore, oggi si può parlare di gente aperta a tutto col proprio dolore, che ha sempre da raccontarlo all’infinito. Ed è dubbio che lo faccia per esorcizzarlo, che si narri per ritrovarlo più accettabile, perché sia alleviato. Se ne parla all’infinito accettando la regola non scritta che se non si è in tv non si è, che sia realtà solo ciò che appare su quello schermo e ciò che non appare non conti. E gli altri sono solidali quanto più vedono quei volti, una solidarietà da grande comunità televisiva in cui qualcuno ha il ruolo di vittima e altri quello di commossi. Tanto è vero che quando tutto finisce, è come se finisse anche il dolore, o meglio nessuno se ne ricorda più, e si spegne anche la solidarietà. In attesa che si riattizzi al prossimo caso, appena la tv riaccende il baraccone.
Né uno può venire poi a obiettare, sì, ma non è detto che dovesse finire in spettacolo. Allora chiudi la porta di casa, perché tutta la tv è spettacolo, magari osceno, anzi tanto più spettacolo quanto più osceno. E poi la tv, ma di che parliamo quando basta un semplice telefonino a diffondere per tutto il mondo, dicasi per tutto il mondo, immagini che il pudore avrebbe consigliato di rispettare? La foto di Sara all’obitorio mica è stata la tv a metterla su Youtube. E quando in Germania 19 giovani sono morti schiacciati durante un concerto, sono stati i cellulari degli altri ragazzi ha caricare immediatamente i filmati su Facebook, non le tv con i loro spudorati giornalisti.
IL COMUNE SENSO DEL TABÙ Anche qui è inutile filosofare se sia nato prima l’uovo o la gallina, se sia stata la tv a renderci animali, ma proprio animali televisivi, o ci sia solo venuta dietro. Ha ragione chi dice che oggi si è spostata in avanti la lancetta del tabù, che non è più tabù ciò che un tempo lo era. Come si è spostata in avanti la lancetta dell’etica, della morale, del buongusto, dell’umano e del disumano. E questa barbarie ci ha coinvolti tutti, un meccanismo non dominato e impercettibile che si esalta, che celebra la sua festa quando c’è del dolore in giro, o quando c’è una lite in famiglia, o fatti propri che diventano immediatamente fatti vostri. Invece di trovare qualche volontario che fa un passo indietro, ne troviamo qualcuno che ne fa sempre un altro in avanti.
 E allora che avrebbe dovuto fare la Sciarelli, in questo ambientino non poteva dire fermate il mondo voglio scendere mentre lo spettacolo voleva a tutti i costi continuare, come è continuata maestosa una recente corsa motociclistica dopo la morte di un concorrente di 19 anni. Il problema è che dovremmo deciderci tutti a fare le persone serie.

 

Dalla Gazzetta del Mezzogiorno del 16 ottobre 2010