Che fortuna (senza saperlo) è essere emigranti

Venerdì 23 novembre 2012 da " La Gazzetta del Mezzogiorno "

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

 

Allora, cari ragazzi, mettiamola così. Non sapendo come creare lavoro per voi specie al Sud, vi diciamo: partite, è normale andare dove il lavoro c’è. In questo modo si gioca con le parole, la partenza è spacciata per scelta anche quando è una condanna. Ora, se vuoi fare l’ingegnere di una base spaziale, è evidente che devi andare a Capo Kennedy, in America. Ma se vuoi fare l’agronomo e devi partire pur vivendo in una zona agricola, in quel caso qualcosa non funziona. Il primo è uno che realizza un sogno, il secondo un emigrante.
 Eppure vi stanno riempiendo la testa con un modernismo sospetto. E con una ipocrisia che nasconde l’impotenza a lasciarvi un mondo nel quale deve essere anche possibile restare nel posto in cui si è nati e contribuire a migliorarlo. Non si deve essere nomadi per forza. Invece dicono: meno male che ve ne andate, voi dovete conoscere le lingue, altre genti e altri luoghi. Poi tagliano i fondi per le borse di studio e l’Erasmus.
 Va bene che cessi la pretesa di avere i figli a due passi per portargli la cena altrimenti poverini non mangiano. Ma i padri avevano il dovere di far trovare le condizioni perché i figli decidessero da se stessi se cambiare città. Invece gli hanno fatto trovare un debito già alla nascita come un secondo peccato originale. E quanto al Sud, destino segnato: non c’è un domani per tutti, non si è stati capaci di assicurarlo. Amen. A quel punto il figlio, che deve fare? Tira fuori il trolley e se ne va. Ma non prendiamolo in giro dicendogli che è sempre meglio così, come se non fosse una sconfitta il treno se non hai voglia di salirci.
 Quei politici incapaci che hanno ridotto il Sud a terra dalla quale fuggire è la regola, sono gli stessi che poi dicono ai ragazzi <bamboccioni>, <sfigati>, <schizzinosi>. Ma come, non avete fatto altro che far andare indietro l’Italia e poi noi dovremmo essere dei Mandrake come se nulla fosse? Hanno ragione i ragazzi che scendono in piazza e dicono che gli stiamo togliendo il futuro. Anzi hanno torto: glielo abbiamo già tolto.
 Il rischio è che prima o poi gli togliamo anche la voglia di combattere. Come in Puglia, che pur è avanguardia al Sud. Qui, rispondendo a un benemerito sondaggio di Confindustria Bari e Bat fra gli studenti di terza media, uno su due ha risposto di aspettarsi da grande di dover vivere e soprattutto lavorare altrove. Ragazzi di 13 anni, che già hanno capito di dover emigrare, proprio emigrare, altro che scegliere di andarsene in un posto migliore.
 Magari qualcuno vuole comunque andare dove gli pare, ora si nasce già con lo zaino in spalla, la tv porta l’universo in casa e con Internet si naviga ovunque. Ma gli studenti interrogati non hanno detto di scegliere Bologna perché ci si diverte di più o a Milano perché si fanno più cose. Hanno invece capito l’aria, pur in un’età in cui è lontano il problema del domani e c’è tutta una scuola superiore davanti. Cosicché il loro fatalismo (o realismo) è più preoccupante del ribellismo, così come inquieta l’accettazione di una condizione invece della voglia di cambiarla. Se non si è incendiari a 13 anni, addio a ogni sacro fuoco.
 Allora i padri che dovrebbero starsi zitti (o chiedere scusa) cominciano a dire il contrario di ciò che pensano. Dicono addirittura che questa ennesima ondata di partenze è una opportunità per chi parte. Ma è una opportunità anche per il Sud che li espelle. Sud che così risolve i suoi problemi, non ha in casa la frustrazione di tanti giovani vagolanti in cerca di che vivere. Insomma un ammortizzatore sociale, come qualche spregiudicato economista ha definito tutte le emigrazioni del Sud: in poche parole un bene. Drammi sociali? Mah. E poi i giovani, andandosene, darebbero una lezione alla terra che è stata incapace di trattenerli. Sì, ma così ha vinto qualcuno o hanno perso tutti?
 Ovvio che il Sud abbia nel suo antico ventre molte più risorse e molti più tesori di quanto si creda. Ovvio che bisognerebbe spiegarsi, ad onta del <non vale la pena nulla>, perché avviene che tanti giovani con una buona idea in testa si mettano insieme e la realizzino. Perché avviene che se hai un mestiere preciso e non ti aspetti di avere un posto qualsiasi, è molto probabile che non resti disoccupato. Perché avviene che se servono, per dire, infermieri e manutentori della casa e si mettono in cooperativa, l’esperienza dimostra che ce la fanno eccome. E se ci sono tante eccellenze pur nelle peggiori condizioni, bisognerebbe chiedersi perché tante altre non riescono a diventarlo.
 Tutto questo dovrebbero sinceramente dire i padri ai figli. Invece i padri hanno mollato e dicono ai figli: vattene perché è giusto. I figli hanno mollato pure loro già nell’età dei giochi. I politici e gli intellettuali spacciano il tutto per la soluzione del problema meridionale (ma fra poco italiano). Conclusione: che fortuna, senza saperlo, è essere emigranti.