Il Belpaese non deve dare spettacolo da fuori ci guardano

Venerdì 7 dicembre 2012 da " La Gazzetta del Mezzogiorno "

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Ah, le classi dirigenti, le classi dirigenti. Peste e corna nei loro confronti, soprattutto al Sud, dove meno funzionano. Ma non è che il resto d’Italia se la possa ridere. Bisognerebbe non buttare la croce solo addosso ai politici, che pur meritano croce e crocifissione. Classe dirigente sono un banchiere, un presidente degli industriali, un rettore dell’università, un segretario di sindacato, un presidente di circolo. Tutti insieme fanno il bene o il male di un territorio. Ma non da meno è la mitica società civile, che si ritiene sempre migliore dei suoi rappresentanti, come se questi nascessero sotto il cavolo.

 Perché questo tema non di primissimo pelo? Perché fra poco si tornerà a votare e in molti lo faremo col naso turato. Tanto più se resterà l’attuale legge elettorale, che non ci consentirà di scegliere perché i candidati li nomineranno i partiti (tranne che da qualche parte non ci siano le <primarie> anche per i parlamentari, già un grosso passo in avanti).

 Le elezioni sono un promessificio, si dice ciò che la gente vuole sentirsi dire. Magari tutto e il contrario di tutto a seconda del luogo e dell’orario. Del resto gli umoristi inglesi lo avevano capito, mai si dicono tante bugie come in guerra, dopo una giornata di caccia e in occasione, appunto, di votazioni. Però non è detto che si debba reagire soltanto non reagendo. O, molto più prevedibile, non andando a votare. E non è detto affatto che, passate le elezioni, se ne riparli fra cinque anni.

 Specie per il Sud, ovvio. Dove la citata società civile, sempre pronta a lamentarsi ma mai pronta a metterci la faccia, non può credere di sbrigarsela così. Se una città o una regione vanno meglio di altre, può dipendere dalla storia, dalla geografia, dalla cabala. Ma dipende in gran parte da chi le dirige: prima, la pubblica amministrazione, sindaco e compagni. Sùbito dopo, però, anche dalla gente, dalla somma dei loro comportamenti.

 Un esempio? La sanità. E’ vero che va meglio dove ci sono più tac, risonanze, pet. Magari va meglio dove ci sono più soldi, ma non è sempre detto perché i soldi hanno l’effetto collaterale di produrre ladri. E’ però anche vero che va meglio dove sono più efficienti i suoi operatori, dal portiere, al portantino, al caposala, al primario, al direttore di clinica. Se si sommano più le loro virtù che i loro difetti, si ha una sanità più virtuosa o meno virtuosa. E così per l’industria, l’università, i sindacati, le feste patronali.

 Ora sappiamo che uno fra i peccati più di frequente rinfacciati al Sud (considerato brutto, sporco e cattivo a prescindere) è la mancanza di senso civico, diciamo di civiltà così non ci prendiamo in giro. E non solo perché butta la carta per terra, passa col semaforo rosso, non rispetta la coda allo sportello (anche queste, accuse a prescindere). Ma perché la gente del Sud non sarebbe capace di badare a se stessa, di curare tutta insieme il proprio interesse a vivere meglio. Tutti civili al Sud, per carità. Ma società civile non organizzata e difficoltà a farlo.

 Così si lascia mano libera a <quelli del Comune>, tranne qualche fiammata di protesta che risolve un singolo problema a seconda di quanto urlano gli interessati. Ma non si può andare avanti con l’urlometro. Il fatto è che non c’è al Sud una tradizione di autogoverno, considerare la cosa pubblica come cosa propria. La storia ha sfornato dominatori dai quali difendersi, non collaborare. Ma non c’è società che si sviluppi lasciando ad altri carta bianca, fate ciò che volete (e noi magari reagiamo imbrattando la città di scritte sui muri).

 Non per essere a tutti i costi esterofili, ma vediamo l’America. E’ la più grande democrazia vivente, ha già nelle sue leggi e nelle sue istituzioni quanto di meglio al mondo sia per partecipare sia per difendersi da ogni potere distorto. Ma lì non c’è marciapiede rotto, lampione spento, fogna ostruita che non crei un comitato di cittadini che tanto la smettono quando hanno ottenuto l’intervento e la soluzione. Lì è nata la <class action>, l’azione di difesa collettiva che ora esiste anche in Italia (basta andare da un avvocato o da un’associazione di difesa dei consumatori). Altrimenti vale il famoso esempio dei vetri rotti: se vedi un vetro rotto un giorno e lo rivedi per altri sette, all’ottavo ne rompi uno tu. E società incattivita non significa società civile.

 Bisogna stare col fiato sul collo del sindaco (che può averne bisogno per non sentirsi solo). Bisogna fare massa critica per provocare il corto circuito del miglioramento. Bisogna denunciare quel vigile che, alla protesta di una signora per il proprietario di un cane che non ne raccoglieva gli escrementi, rispose: <Signora, ma qui siamo al Sud>. Il Sud sarà Sud tanto più quanto lo vorrà. Se ne ricordi quando vota e dopo. Sii tu il cambiamento che vuoi vedere nel mondo (la grande madre Teresa di Calcutta disse).