Tutto tutto niente niente

Sabato 15 dicembre 2012 da " La Gazzetta del Mezzogiorno "

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TUTTO TUTTO NIENTE NIENTE – di Giulio Manfredonia. Interpreti: Antonio Albanese, Fabrizio Bentivoglio, Lunetta Savino. Comico, Italia, 2012. Durata: 1h 26 minuti.
 
Si vede che questo film è stato pensato prima del governo Monti. In poco più di un anno, l’Italia un po’ più aggraziata è diventata, ma mica tanto. Ladri e farabutti, ne abbiamo quanti ne vogliamo. Politici corrotti, idem. Cafonazzi, a ogni angolo. C’è stata una piccola tregua, è vero, ci siamo rimboccati le maniche (e assottigliati i conti di tasse), un po’ di silenzio è sceso. Ma basta vedere questi giorni in vista delle elezioni, per gustare la ricaduta e dare ragione al mitico Antonio Albanese.
 Il quale in questo <Tutto tutto niente niente> non è solo l’esilarante Cetto La Qualunque, politico super imbroglione, colluso con la mafia, malato di sesso (ma con amara sorpresa). Ma è anche Frengo, guru sempre in <stupefazione> da droga, con la pretesa che la chiesa lo nomini beato da vivo e una madre bigotta (Lunetta Savino) che lo ammorba. E infine Olfo, veneto padano razzista nostalgico degli Asburgo e che è cornificato dalla moglie, orrore, con immigrati neri.
 Insomma tre avanzi di galera che dalla galera, appunto, sono tirati fuori da un potente sottosegretario di Stato (Fabrizio Bentivoglio) il quale ha bisogno di rimpiazzare tre deputati per avere ancòra la maggioranza. Che cosa possano combinare i tre in parlamento non ci vuole molto a immaginarlo: basta pensare un po’ al parlamento vero. Fino al punto di essere fatti fuori dagli stessi che li hanno voluti, benché, nonostante tutto, non siano affatto loro i peggiori.
 Signori, ecco la putrefazione della Seconda Repubblica. Che con toni fin troppo caricati e una scenografia da Oscar della follia, il regista Giulio Manfredonia ci sbatte in faccia senza pietà. E’ l’impagabile Albanese, in scena dal primo all’ultimo minuto nella triplice veste, il filo conduttore delle storie che, a furia di incrociarsi, spesso finiscono in un ingorgo pasticciato e stordente.
 Di ridere, si ride, alcune battute sono irresistibili, anche se il primo Cetto era un’altra cosa. Mentre qui a reggergli il grottesco passo è il disgustoso veneto che vuole la secessione, e di fronte al quale anche Bossi sembra un signore educato. Riecheggia nel Frengo (e nella mamma Savino) aria di casa nostra, con Molfetta in primo piano. E si aggirano donnine (diciamo da schianto) nelle abusate vesti da escort, e con i cui ormoni <ci puoi fare una pepata di cozze>. Ecco, sul tutto tutto niente niente ci siamo capiti.