L'Italia mise male assieme i pezzi. Perciò oggi è a pezzi

Domenica 23 dicembre 2012 da " La Gazzetta del Mezzogiorno

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Ci si può chiedere perché un nuovo libro sui 150 anni d’Italia, sul Risorgimento che avrebbe bisogno ancòra di risorgere, sul conflitto fra Nord e Sud. Ma se si legge questo <Unità a Mezzogiorno. Come l’Italia ha messo assieme i pezzi> di Paolo Macry (il Mulino, pag. 155, euro 13,50) se ne capisce l’opportunità. Perché Macry, che insegna storia contemporanea all’università Federico II di Napoli, ha qui il dono sia dell’onestà intellettuale che della capacità di sintesi. E nello stremante dibattito sull’atto di nascita della patria, non si può dire che siano state merci molto diffuse, tra faziosità ostinate e sproloqui retorici.
 Sintesi per sintesi, ecco il succo: l’Italia ha messo tanto male assieme i suoi pezzi, da essere un po’ a pezzi ancòra oggi. Ovvio che il pezzo messo peggio sia stato il Sud. E bando alla rancida polemica se all’ora fatale fosse più ricco o più povero rispetto al Nord. La storia non è immobile e la ricerca altrettanto, dice Macry a qualche suo collega cocciuto. Quindi, si comincia a capire che questa differenza Nord-Sud non c’era, anzi.
 Ma, continua Macry, è ciò che conta meno. Ciò che è certo, è che erano diversi. E di una diversità che li faceva stranieri, a cominciare dalla lingua. Soprattutto, pesò come una ferita purulenta la constatazione, anzi la scoperta sempre più dolorosa e scioccante, che il Sud non era quella terra prona e attesa con chissà quale pretesa e chissà quale assicurazione. Una terra aperta a liberatori non richiesti e mai conosciuti. Una terra che sarebbe ribollita di entusiasmo per un liberalismo che dire netta minoranza è fin troppo caritatevole. Ribollì magari per Garibaldi, ma fu fuoco di paglia. E gliela fecero pagare.
 Non è che altrove fosse andata meglio, sia chiaro. L’Italia fu fatta da un pugno di uomini, e quasi sempre facevano a pugni fra loro. Messa assieme più con le armi che con i plebisciti. Ma il Sud non era uno staterello né un ducato, era nazione da 700 anni. Con l’aggravante che il Risorgimento trovò proseliti più nelle sue lande desolate che in quelle sviluppate. Cioè dove attecchivano le promesse, tradottesi sùbito in Risorgimento tradito. E dove la riottosità e la delusione si tradussero altrettanto sùbito in ribellismo. Che andava tacitato, mentre cresceva la demonizzazione dell’inferno abitato da selvaggi.
 Allora, continua Macry, avvenne qualcosa che arriva fino ai giorni nostri. Da corpo estraneo, il Sud divenne il baricentro della stabilità dell’Italia. In cambio di consenso e di accettazione, i governi cominciarono a distribuire soldi pubblici invece di provvedere ad attrezzare il territorio del necessario per crescere da solo. Insomma, la politica dell’emergenza e dell’assistenza più che della lungimiranza.
 A municipi, province e regioni (ahinoi) furono assegnate risorse più come calmiere sociale che promozione dello sviluppo. Così <si stabilizza il centro e si risolve la conflittualità> della periferia. Nel senso che si consolida lo Stato anche là dove era molto meno presente e meritorio del dovuto. Più tardi, nel secondo dopoguerra, si parlerà di <patto scellerato> fra sistema politico del Sud (e in fondo nazionale) e sistema produttivo del Nord. Con altre due conseguenze.
 Uno: l’assistenza rovina il Mezzogiorno. Due: è sempre a Mezzogiorno che ci sono i voti per vincere, e il Mezzogiorno non capisce mai come usarli per uscire dalla trappola. Finché (questo lo dice chi recensisce) a un certo punto i soldi finiscono. E allora qualcuno del Nord che ha beneficiato del Sud assistito per essere lasciato solo consumatore s’inventa la Questione settentrionale: <ci siamo stancati di dare> (accidenti).
 Ma non tiriamo Macry in questa polemica. Ché anzi egli, per la verità un po’ contradditorio, conclude indicando dove sarebbero le colpe del tutto. Molta parte del dualismo Nord-Sud, senza pari in nessun altro Paese civile, andrebbe addebitata alle classi dirigenti e alle comunità del Mezzogiorno. E questo, al di là del ruolo storico dei governi centrali. Insomma, la lezione è che il Sud doveva opporsi, per non correre il rischio (questo lo dice ancòra chi recensisce) di vedersi rinfacciato ciò che aveva subìto.
 L’unità d’Italia è nata altrove ma si è fatta al Sud, è la tesi di Macry. Dovrebbe una volta per tutte capirlo il Sud e presentare il conto (ma non solo a se stesso).