Pochi regali molto onore

Sabato 28 dicembre 2012 da " La Gazzetta del Mezzogiorno "

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

 

C’era chi diceva che per capire un popolo basta visitare i suoi cimiteri. Qualcun altro, meno iettatorio, diceva che era meglio visitare i suoi mercati. Visitando i cimiteri, si capiva quanto si rispettasse la vita anche dopo la morte. Visitando i mercati, si capiva quanto si rispettasse se stessi attraverso il meglio che si produceva. Dopo quest’ultimo Natale, bisognerebbe dire che per capire un popolo, bisogna buttare uno sguardo ai suoi bidoni della spazzatura e dintorni. Mai tanto poco ingolfati, di fronte ad annate in cui per sbarazzarsi di scatoloni e buste di Babbo Natale ci voleva la Protezione Civile. Per non parlare dei residui di capitone e compagnia, quando il cenone era una cosa seria.
 Uno può dire: per forza, è la crisi. Se con la tredicesima devi pagare l’Imu e le bollette, non ti restano gli occhi per piangere. Senza dire dei tanti che, purtroppo, non solo non hanno visto la tredicesima, ma neanche la dodicesima. L’Imu è la tassa più odiata dagli italiani. Perché in questo Paese tanto campione mondiale di tassazione quanto di evasione, è quella che non puoi evitare anche se la conosci. Le case sono lì, lo avessero saputo prima, gli italiani non avrebbero costruito case, ma prefabbricati: come certi chioschi per i fiori o per i panini col salsicciotto, autorizzati per strutture mobili ma poco alla volta tanto ben piantati e inamovibili da essere studiati come rimedi contro i terremoti. Oppure gli italiani avrebbero costruito trulli, nati anche per essere immediatamente smontati in caso di arrivo dei controlli fiscali. Almeno l’Italia sarebbe stato un Paese di fiaba come la Puglia.
 Eppure questo Paese giudicato non più civile della Curva Sud di uno stadio, ha fatto il miracolo. Non solo ha pagato l’Imu sia pure con la stessa gioia di un tacchino a Santo Stefano. Ma ha pagato più di quanto previsto anche da quei simpatici dell’Agenzia delle entrate. Come fece, si è ricordato, quando dovette pagare una supertassa per entrare fra i Paesi dell’euro (anche se ora qualche smidollato ne vuole uscire).
 Allora bisognerebbe aggiornare ancòra: per conoscere un popolo, bisogna vedere come paga (imprecando) le tasse specie nel momento in cui meno può. Un Paese che, quando suona la campana, non reagisce da pecorone ma rispolverando l’anima del contadino che, nonostante tutto, pianta l’albero che non vedrà crescere. Il Paese che, da noi, è il popolo di formiche che ha fatto diventare giardino una terra di pietre.
 Così i regali questo Natale. Già da anni qualche banca o azienda aveva cominciato a comunicare che i soldi per i regali erano stati devoluti in beneficenza (anche se nessuno poteva controllare nel Paese dei furbi come il Trota, figlio di Bossi, che con i soldi pubblici si faceva pagare il frigorifero per casa sua e l’apparecchio contro l’Autovelox). Ora il caviale è stato sostituito dalla marmellata della nonna, il grasso (farabutti) fegato d’anatra dalla crema di olive, la micidiale agenda in pelle umana da un taccuino con la biro, il bottiglione di champagne da un amaro digestivo, la sciarpa in cachemere da uno scaldacollo all’uncinetto.
 Insomma sembra scomparso quello sciupìo vistoso per il quale più ci si esibiva, più si contava. E non solo perché la parola d’ordine è ora: nascondere il visone prima che te lo adocchi l’esattore. Ma perché la crisi significa anche opportunità, passo indietro per ricominciare meglio. E non da neopoveri, ma neanche da neoricchi. Non da kafonal alla De Sica nei cinepanettoni, ma da case nelle quali il pane vecchio è tanto buono abbrustolito con olio e sale. E il vestito fuori moda torna di moda, basta dire che è <vintage>, la nuova moda d’annata.
 Più che far crescere l’economia, sprecando ci siamo indebitati. Lo <spendi oggi e paghi domani> ci ha fatto trovare all’indomani ingobbiti di scadenze più che di felicità per gli acquisti. E chissà che non abbiano ragione i profeti dell’<abbondanza frugale>. Basterebbe che, invece di predicare una esistenza da monaci tibetani nella grotta, invece di avere il cuore a sinistra e l’appartamento al centro, riuscissero a far capire come un’economia basata sui veri bisogni e sul rispetto dell’ambiente porta più posti di lavoro di quella attuale che li sta distruggendo.
 Perciò i cassonetti di questi giorni che non scoppiano sono un buon segno più che scoraggiante. E’ vero che, per ripartire, occorre che ripartano i consumi. E la fiducia nei domani. Ma è anche vero che la Fontana dei Cioccolatini che riempiono i cappelli esiste solo nel Paese dei Balocchi. Quello che nessun Tomtom è riuscito finora a scovare