Cari smemorati vedete come fu l'Italia unita ( e come è adesso )

Domenica 20 Gennaio 2013 da " La Gazzetta del Mezzogiorno "

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

Già tre anni fa Eugenio Di Rienzo aveva parlato di <storici smemorati> sui 150 anni dell’Unità d’Italia. Ora attribuisce alla <storiografia ufficiale> una <immotivata sufficienza>, la scarsa voglia di rivelare le vere cause che portarono al crollo del Regno delle Due Sicilie e alla nascita del Paese. E aggiunge che la <letteratura non accademica> è stata, per averci provato, <accusata ingiustamente, a volte, di dilettantismo e preconcetta faziosità filo borbonica>.

 Il fatto è che Di Rienzo è, egli stesso, tutt’altro che un <dilettante>. Anzi è parte della <storiografia ufficiale>, insegnando storia moderna all’università La Sapienza di Roma. Ed essendo addirittura direttore della <Nuova Rivista storica>. Ora infine autore di questo <Il Regno delle Due Sicilie e le potenze europee 1830-1861> (Rubbettino, pag. 229, 14 euro).

 E’ un libro che sarebbe scorretto usare per arruolarne l’autore tra i faziosi filo borbonici, rischio che egli stesso avverte per la <pietas> che dichiara di aver usato nel ripercorrere le vicende del Sud dei Borbone. Ma la sua, precisa, non è una di quelle <storie affettuose> che <piangono le sventure del popolo al quale si appartiene>. Fra l’altro la sua dedica è a <Giuseppe Galasso storico e maestro>, uno che ha sempre accusato il suo Sud appunto di eccesso di lacrime e difetto di autocritica.

 La verità è che Di Rienzo racconta quelle vicende in base ad <altri documenti> scovati negli archivi diplomatici francesi, inglesi, austriaci, russi, spagnoli. Inediti e consultati per la prima volta, facendoci chiedere perché non sia stato fatto prima da tanti celebrati e intangibili autori. E arrivando alla conclusione che è vero che il Regno delle Due Sicilie implose come l’Impero romano, per la sua mancata modernizzazione. Ma è anche vero che la sua scomparsa fu dovuta anche alla lunga e costante azione di logoramento delle grandi <Potenze marittime>, Inghilterra e Francia. Che dall’inizio del 1800 tentarono di farne una loro colonia economica, un avamposto strategico per il loro intento di dominio imperialistico nel Mediterraneo.

 Quindi quello Stato sovrano dava fastidio, era molesto, disturbava i manovratori con la sua pretesa ostinata di rimanere indipendente e pacifico. E come un ingombro era spudoratamente trattato, sulla sua testa si incrociavano congiure e intrighi internazionali per spazzarlo via, indifferenti ad ogni regola di diritto e di rispetto umano.

 E’ una tesi già in qualche modo, ma proprio qualche, adombrata finora. Ma più con riserve e mezze parole che con voglia di verità. Reticenze che Di Rienzo addirittura travolge con un racconto talmente particolareggiato e incalzante, da lasciare spazio più allo sconcerto che per come davvero andò che a dubbi. E con una aggravante. Che quella debolezza e quell’isolamento internazionale cui era stato precipitato il Regno delle Due Sicilie (con la complicità del Piemonte), come un boomerang si tradussero dopo in debolezza e isolamento dell’Italia intera, <Media potenza> erede del <Piccolo Stato> napoletano. Vendetta della Storia.

 Ma c’è dell’altro. Di Rienzo conferma una per una le tesi finora attribuite ai meridionali tacciati di nostalgia per un tempo che sarebbe ridicolo pretendere che torni. Il ruolo inglese nel favorire lo sbarco di Garibaldi in Sicilia. L’inganno di una presunta rivoluzione di popolo per fare l’Unità. La beffa dei plebisciti per votarne l’adesione. Il brigantaggio come guerra civile e non delinquenza comune. L’indebitamento del Piemonte e la manna del patrimonio (proibito parlare di <ricchezze>) sottratto agli Stati annessi. I crimini delle truppe sabaude al Sud. L’intento di deportare in lande sperdute del mondo i soldati borbonici. E, stringente attualità, Fenestrelle lager per loro e non semplice carcere militare come di recente ha affermato in un contestato libro lo storico piemontese Alessandro Barbero.

 Su tutta questa incandescente materia, Di Rienzo scodella testimonianze tanto trascurate quanto per fortuna lontane dalle passioni nazionali: parlamentari, ministri, ambasciatori non solo d’Inghilterra e Francia, ma anche di Austria, Russia, Prussia dell’epoca. Con la conclusione che allo storico non spetta il compito di celebrare il passato ma di presentarlo. Né di fare il tifo per una tesi o per l’altra. Missione compiuta con questo libro: è quell’Italia nata male che ci ritroviamo oggi anche peggio.