Un Paese fondato sulla pausa caffè

Sabato 2 Febbraio 2013 da " La Gazzetta del Mezzogiorno "

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

Poi mettiti a fare il confronto fra civiltà. Null’altro si può dire di fronte all’inaudita sentenza con la quale il Tar di Trento ha condannato un poliziotto per la <pausa caffè>. Non in quanto <pausa>, ma perché farla a inizio lavoro <non è un diritto costituzionalmente garantito>. Anzi <non è decorosa>. Anzi <non è conforme a canoni di diligenza e scrupolo professionale> perché si presume che a quell’ora (la mattina) <una persona abbia già fatto colazione>. Il reo si era presentato con otto minuti di ritardo e col triste bicchierino da macchinetta in mano.

 A NORD E A SUD Sentenza inappuntabile proprio per una questione di civiltà. Non è per dire, ma al Sud mai nessuno si sarebbe fatto cogliere così in fallo. Avrebbe prima sistemato il cappotto al posto di lavoro, e un nanosecondo dopo sarebbe andato giustamente a sgranchirsi dal lavoro col primo caffè della sua serie di pause. E meno che mai alla macchinetta, non vorremo scherzare. E non a bere un caffè, ma a <prenderlo>, differenza che gente di grande e antica cultura può insegnare al mondo.

 Tanto per cominciare, il passo da caffè per andarci. Non un passo, ma una <nazzicata>, come quella dei <Perdoni> di Taranto il venerdì santo: più laterale che in avanti, e un centimetro ogni cinque minuti di sosta. Poi la chiacchiera, anzi il pettegolezzo, in genere su quelli con i quali si è preso il caffè precedente, o su quelli coi quali si prenderà il seguente. Poi amaro, o in tazza bollente (per i palati di amianto), o macchiato (col latte), o corretto (di tutto). Ristretto, medio, lungo (orrore). Il cucchiaino girato con la stessa grazia di una carezza. E il sorso con la stessa voluttà di un succhiotto. Bicchiere d’acqua. E, irrinunciabile, sigaretta sopra.

 Indifferente che si sia fatta colazione poco prima, l’opposto di quanto la buzzurra sentenza asburgica ha teorizzato. Perché nessuno ha mai stabilito quanti caffè si possano prendere in una giornata. E quante conseguenti pause caffè fare. E sia nel conteggio che in tutto il resto, non c’entrano nulla i <coffe break> all’americana, dove si parla di caffè ma si va a finire a rustici e patatine fritte. Non c’è incontro, non c’è discorso, non c’è stretta di mano che non debba essere santificata da un caffè. Senza caffè sarebbe come andare a una prima dell’opera in pigiama, o a un incontro galante dopo aver mangiato cipolla.

 E che sia caffè, per carità. Diffidare delle imitazioni e massima allerta verso chi chiede un succo di frutta o un the: potrebbe nascondere un maniaco o un appassionato di baseball. Anche questa una questione di Nord e Sud. Come il dottor Cazzaniga milanese a Napoli in <Così parlò Bellavista>, uno col vizio del the e non per darsi le arie coi napoletani ma perché, incredibile, gli piaceva davvero. Nulla di nuovo sotto il sole, dato che i terroni sono il popolo del pane e dell’olio e loro il popolo dei grissini e del burro. Per non dire che quando loro erano selvaggi nelle capanne, Pitagora già insegnava la matematica a Crotone.

 <ARTE> DA ESPORTAZIONE Non si sono del resto mai visti un the o un succo di frutta immortalati in musica come il caffè. E non solo Domenico Modugno: <nu milione e ggente/ ‘e Napule comm’e mme/ non vonno sape’ niente/ e campano c’’o ccafè>. Ma anche Fabrizio De Andrè sulla scia del grande pugliese (non napoletano) in <Don Raffae’>, abbonato al caffè nel carcere di Poggioreale tra <infamoni, briganti, papponi, cornuti e lacchè>. E Fiorella Mannoia nel suo <Caffè nero bollente> (<Ammazzo il sole bevendo/ caffè nero bollente/ in questo nido scaldato/ già dal sole paziente>). Fino, ultimi ma non ultimi, a Bob Marley e Bob Dylan, Otis Redding e Sarah Vaughan.

 Se infine vogliamo davvero accanirci, nulla più del caffè parla d’Italia all’estero. Tanto che <Espresso> e <Cappuccino> sono entrati nel vocabolario universale, pari solo a <Pizza> e <Pasta>. Poco conta che noi diffondiamo il Verbo e gli altri ci facciano gli affari, come gli americani con le loro catene multinazionali. Nessuno potrà mai superarci in dabbenaggine e meno che mai nel numero delle pause caffè sul lavoro (anzitutto pause). E nessuno potrà mai superarci nella soavissima costumanza (sempre napoletana: cioè sudista, ovvio) del <caffè sospeso>, pagare un caffè per qualcuno che andrà a prenderlo e se lo troverà pagato. Magari ora un po’ meno, la crisi è crisi. Ma un rito di gente che nell’arte del ben vivere (compreso il sopravvivere) è da premio Nobel. E questo è tutto.