Ma guarda questo Sud che vota Lega Nord

Venerdì 1 Marzo 2013 da la " Gazzetta del Mezzogiorno "

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Tutti a meravigliarsi perché la Lega Nord ha preso voti al Sud. Tutti, oddio: diciamo molti. Ma come, la Lega che lo vuole vedere morto? In Puglia, 1457 voti (0,06 per cento) alla Camera, 1469 al Senato (0,07%). In Basilicata, 362 voti (0,1%) al Senato, 379 alla Camera (0,1%). Ed era capeggiata da Tremonti, ministro che col Sud non ha mai avuto una grande storia d’amore. Non ci proviamo neanche a cercare di capire quanti meridionali in Lombardia (o a Milano, seconda città barese dopo Bari) abbiano scelto Maroni per la Regione.
 Però questa è solo la panna di fronte al responso più importante: al Sud ha vinto il centrodestra, nella cui coalizione c’è la Lega. E, conclusione alla Catalano, ha perso il centrosinistra. Smentendo il mitico sociologo professor Ricolfi, che aveva detto: “Il voto si decide al Sud e voi capite dove soffia il vento. Il Nord, più fedele al Fisco, punterà sulla destra anti-tasse, il Sud statalista andrà a sinistra”. Grande prof. Ricolfi, autore del libro nel quale si sentenzia che il Sud saccheggia il Nord. Tranne che gli skipper terroni abbiano scambiato un maestrale per uno scirocco.
 Eppure, una cosa è vera: il Sud ha i voti senza i quali non si fa nessun governo. Un terzo della popolazione e un terzo del territorio. Si vince o si perde a Sud. Anzi, pure gli storici meno teneri verso il Sud hanno sempre confermato che i voti meridionali hanno garantito stabilità all’Italia. Nel senso che non sono mai stati di rivolta, come la condizione di serie B del Sud avrebbe potuto far temere. Sono stati voti che hanno tenuto in piedi un modello responsabile, secondo il Sud più arrabbiato, di aver creato appunto un’Italia di serie A (Nord) e un’Italia di serie B (Sud). Con complicità meridionale. O inettitudine meridionale. O convenienza meridionale. Secondo i terroni ancòra più arrabbiati, l’ultima volta che il Sud si è fatto sentire è stata col brigantaggio.
 Una prima spiegazione c’è stata. Sùbito dopo l’Unità, la scoperta più inaspettata fu un Sud riottoso e tutt’altro che entusiasta per quella unità e per il modo in cui ci si arrivò. Questo portò alla terapia dei soldi: massiccio intervento dello Stato al Sud non per costruire opere ma per calmare animi. Così nacque l’assistenza, grazia ricevuta non pretesa. Ma così è proseguito. Fino alla Cassa per il Mezzogiorno, col tristemente noto “patto scellerato” fra sistema produttivo del Nord e sistema politico del Sud: lo Stato vi dà i soldi e voi con i vostri voti assicurate che il privilegio dei poteri forti del Paese non cesserà. Più colpevole il Nord o il Sud?
 Ora però è quaresima: i soldi sono finiti per tutti. Così il Nord di Bossi ha cominciato a dire che voleva tenersi i suoi, dopo aver beneficiato per decenni di quelli dati ai consumatori del Sud per acquistare i suoi prodotti, che i consumatori del Sud continuano però ad acquistare. E il Sud cosa ha opposto? Nulla. Ha continuato a votare come se la Lega Nord non ci fosse. Autogol? Difficile credere che i meridionali siano tutti eredi di quel difensore del Cagliari, Niccolai, immortalato come primatista di gol nella sua rete.
 Durante l’ultima campagna elettorale, si è parlato anche di orgasmi ma non di Sud. Nemmeno Grillo, la novità: Sud assente dal suo programma, eppure anche Grillo ha fatto il pieno al Sud. Il Sud esiste ancòra solo per Confindustria, la quale ha un vicepresidente che se ne occupa (il barese Alessandro Laterza). Ma allora, torna la domanda: perché i meridionali votano per chi li ignora? E, nel caso della Lega, per chi dice che vuole tenersi al Nord il 75% delle sue tasse, non aggiungendo quanto di quel 75% arriva dal Sud in consumi, utili delle banche, interessi sul debito pubblico e così via. E vuol fare la macroregione del Nord mentre, se ne parla il Sud, tutti l’accusano sùbito di essere neoborbonico e di voler spaccare l’Italia.
 Ipotesi. Uno: a furia di essere incolpato della sua serie B, il Sud si vergogna di reagire. Due: considera più importante sostenere il suo partito che il suo territorio. Tre: ritiene che non sia la politica a poter risolvere i suoi problemi (e chi, allora?). Quattro: si accontenta di sentir dire che il Sud è una risorsa per il Paese (che è come dire che il sole è luminoso, embè?). Cinque: non riesce a essere unito nemmeno nel pretendere lavoro per i suoi figli, altro che macroregione. Sei: crede che in fondo i soldi possano sempre arrivare e che possano essere i politici più amici a farlo, da qualsiasi parte siano. Sette: non è mai uscito dalla minorità cui è stato condannato dalla storia, dalla politica, da se stesso.
 La conclusione non è che ci vorrebbe a tutti i costi un partito del Sud come c’è un partito del Nord: non basta una sigla per fare nascere uno spirito. Allora si può votare un partito del Nord, avendo testé visto che i primi grandi assenti al Sud sono quello spirito e quella voglia per cambiare.