La guerra č guerra ma non sanno capirlo

Venerdė 15 Marzo 2013 da la " Gazzetta del Mezzogiorno "

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

 

La Pubblica amministrazione italiana ha 120 miliardi di pagamenti arretrati da smaltire. Significa che ci sono aziende, organizzazioni, persone che hanno lavorato per conto suo non beccando finora un euro. Aziende che chiudono non per debiti, ma per crediti che non riescono a riscuotere. All’attuale ritmo, ci vorranno 1900 anni. Se un’azienda chiude per crediti e non per debiti, chiude anche un’altra azienda che ha crediti nei suoi confronti ma che non riesce ugualmente a riscuotere: se non mi pagano non posso pagarti. Questa terribile catena di sant’Antonio significa licenziamenti di lavoratori che così non possono consumare rimettendo in moto l’economia.
 Insomma lo Stato manda alla rovina non chi va male, ma chi va bene. Non solo lo manda in rovina, ma siccome l’economia non cresce lo massacra di tasse pur essendo sua la colpa della recessione. E se l’economia non cresce, non crescono le entrate per far fronte alle uscite che invece crescono perché non si è capaci di fare un solo taglio decente. Allora ci vogliono le tasse per coprire il debito nazionale che invece di diminuire, aumenta. Se lo massacra anche di tasse, non sopravvive nemmeno chi ha ultime capacità di resistenza. Affossando chi ne ha ancòra meno. Secondo anello della terribile catena di sant’Antonio.
 Intanto la gente che perde il lavoro, che fa? Per resistere, mette mano ai risparmi. Si dice che l’Italia non potrà fallire perché ha una grande ricchezza privata pur con una grande miseria pubblica. Chi ha soldi in banca, li ritira, inguaiando anche le banche. Chi ha un appartamento, cerca di venderlo ma non ci riesce perché nessuno osa una spesa in questo momento. Nel frattempo la gente non risparmia più, perché cosa vogliamo che risparmi. E le banche che non raccolgono più risparmi non prestano neanche denaro a chi è in coma. Strozzati. Terzo anello della terribile catena di sant’Antonio.
 Inutile ricordare che un terzo degli italiani non sa più come andare avanti. Meno sei pagato, meno ottieni credito, più prosciughi i risparmi, più ti impoverisci. Più ti impoverisci, più riduci gli acquisti. Più riduci gli acquisti, più chiudono negozi e aziende e altri perdono il lavoro. Aumentano solo i suicidi. Quarto anello della terribile catena di sant’Antonio.
 A continuare, si rischia il disfattismo. Ma è sufficiente per cogliere il senso drammatico del momento. Né è necessario andare a vedere quante altre saracinesche hanno chiuso. Né è necessario l’annuncio di un’altra cessazione di attività. E’ come una guerra. E quando c’è una guerra, un Paese si stringe compatto dimenticando le divisioni. E in guerra, la diserzione significa anche fucilazione.
 Quando l’Italia è stata attaccata dal terrorismo, e tanti lenzuoli hanno coperto corpi sul selciato, è scattata la solidarietà nazionale. E’ scattata tra due forze politiche centomila volte più lontane fra loro di quanto possano esserlo le attuali. E senza l’occhio cinico ai vantaggi o svantaggi elettorali come ora, ma l’occhio al volto della gente. Quella solidarietà nazionale servirebbe anche ora. E non c’è partito in campo per il quale mettersi con gli altri significherebbe vendersi la madre, vista anche la (benedetta) sovranità limitata in un’Europa scelta e non subìta.
 La scintilla per riavviare il motore, svuotare la palude, ridare speranza alla gente smarrita c’è. E’ lo Stato che può farlo, lo stesso che ora la sua gente la massacra. Non è nato inutilmente quel sir John Maynard Keynes il quale teorizzò il “deficit spending”, spendi anche col deficit per averne meno dopo. Addirittura scavare buche e riempirle, se necessario. Grandi opere pubbliche, specie in un’Italia più specialista nel bloccarle con mille pretesti e veti che nel farle (e specie, rieccolo, al Sud).
 Dice: ma non ci sono soldi. E invece ci sono, se si potessero utilizzare quelli in cassa e da non toccare perché lo impedisce il “patto di stabilità”, il divieto di spendere per non aumentare il debito. Spenderli però non per ingrassare sempre più la politica, ma per gli investimenti, quelli che te li fanno tornare raddoppiati dopo.
 Allora c’è una prima cosa che dovrebbe fare una solidarietà nazionale, o una poco scandalosa grande coalizione, o una piccola coalizione capace di governare come la politica dovrebbe fare almeno quando serve. Andare a Bruxelles, a Berlino, a Parigi e ovunque a far capire che se si continua così si va a sbattere tutti, non solo l’Italia. E che se sbatte l’Italia, non si salva nessuno. C’è una formidabile forza della debolezza. Finora mai messa in campo, perché bisognava prima ripulire la casa. Ora si deve.
 E’ necessario però cogliere, come detto, il senso drammatico del momento. Leggiamo le penose cronache di questi giorni, e capiamo quanto è colto da troppe mezze figure. Bisogna farsi sentire ovunque. Vedendo che perfino la millenaria Chiesa ha saputo capire che neanche il buon Dio è così paziente.