Non solo crisi ma storico declino

Venerdì 29 marzo 2013 da " La Gazzetta del Mezzogiorno "

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Il problema non è solo il governo che non c’è, già una disperazione. Il problema è il precipizio inesorabile dell’Italia. Quand’anche la politica dovesse fare miracoli in pochi giorni, ci vorranno non meno di dieci anni e a ritmi cinesi per tornare non più che al livello di vent’anni fa, quando comunque eravamo i malati d’Europa.
 Rischia di andarsene una generazione. E un brutto allarme è stato il parziale acquisto dei titoli di Stato italiani l’altro giorno, quelli che prima in un modo o nell’altro erano piazzati tutti. Mentre il troppo presto dimenticato “spread” ha ripreso a salire. Con la trappola della spesa per interessi che aumenta vanificando ogni tentativo di tagliare. E l’incubo non così lontano di una Cipro che ha prelevato sui conti correnti della gente senza troppi preavvisi.
 Non è solo crisi temporanea, è un declino come altri nella nostra storia. E non solo economico. Una fra quelle epoche in cui si va indietro senza reagire e tutti, secoli dopo, a chiedersi ancòra perché. Così svanisce la mitica ricchezza delle nazioni. Così l’Italia esce dal Club dei Grandi del mondo.
 L’Italia unita è considerata un esempio di successo internazionale, essendo passata in 150 anni da Paese povero a uno dei dieci più ricchi (anche se a danno del Sud). Ma l’Italia non era più esistita dalla caduta dell’impero romano (476). Poi era tornata a illuminare il creato inventando le banche e il Rinascimento. Per precipitare in altri trecento anni di buio dopo che i Lanzichenecchi saccheggiarono Roma (1527) più in odio luterano al papismo lascivo che per restarci.
 Ora per noi la storia sembra ripetersi con i Lanzichenecchi tanto interni quanto esterni. La Germania che strozza i Paesi mediterranei rivela un intento punitivo pari all’incapacità di capire che così danneggia il suo stesso interesse di esportatore in quei Paesi. Un Nord e un Sud con la stessa illogica logica di quelli italiani: vi lamentate con tutto quello che vi diamo (e nessun accenno a quello che prendono). Ritenendo che la durissima recessione si debba combattere pur con i sacrosanti sacrifici. E che questi debbano andare a coprire i debiti non alla crescita. Così più paghiamo i debiti peggio stiamo.
 Ma i Lanzichenecchi sono anche in casa. Per capirlo può essere utile anche un film: “Benvenuto presidente”, in questi giorni nelle sale, interprete Claudio Bisio. Vi si narra di un tal Giuseppe Garibaldi, montanaro bibliotecario e pescatore di trote, eletto a sua insaputa capo dello Stato per una serie di cialtronerie dei partiti. Gli ci vuole poco a capire che la prima cosa da fare è mandare a casa proprio quei politici. Ma nell’annunciarlo, si rivolge anche agli italiani dei quali era diventato l’idolo.
 Se quelli sono una manica di mascalzoni, attenti anche voi a puntare il dito. Parlo a te che evadi le tasse. A te che hai dipendenti in nero. A te che ti fai raccomandare. A te che non fai la fila. A te che firmi il cartellino e te ne vai al bar invece che al lavoro. Insomma la mitica società civile sempre indignata ma non più civile dei suoi rappresentanti.
 E tutto in un Paese dagli arresti quotidiani per corruzione, ruberie, tangenti. Un Paese che gli elettori prima spaccano in due fra destra e sinistra e ora in tre coi grillini. Ingovernabile. Ma non più né meno di una riunione di condominio. E paralizzato dalla sua mortale incapacità di uscire dal suicidio collettivo della rissa, mentre 300 aziende chiudono con 3mila nuovi disoccupati ogni giorno. Ogni giorno. Un Paese per il quale giustamente è stato citato il Manzoni dei “Promessi sposi”: “Il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune”. Ed eravamo nel 1600. Laddove il “senso comune” è il tutti contro tutti della follia senza speranza.
 Ci sono stati momenti esaltanti nella nostra storia recente: anzitutto il boom dopo le macerie della guerra. Allora ciascuno si vedeva un futuro davanti. E persiste oggi la grande forza nazionale del saper fare e di una cultura e una bellezza senza pari al mondo. Il fatto è che Firenze ha più beni artistici di tutta la Spagna ma i turisti vanno in Spagna. E quanto al saper fare, ci reggono solo i militi ignoti che nonostante tutto continuano a innovare e conquistare i sempre più difficili mercati.
 Ma il sottile veleno del declino richiederebbe lo smarrito buon senso. Con persone capaci, a cominciare dalla politica, di parlare alla gente col cuore non con le urla né le fatue promesse. Richiederebbe una rottura che fosse costruzione non rancore. Richiederebbe una nazione che non c’è mai stata se non quando ha toccato il fondo. Richiederebbe parole che uniscano più che dividere. Richiederebbe la domanda: perché ci siamo ridotti così? Richiederebbe una fiducia comune, ciascuno in campo, non la pericolosa attesa che il primo passo venga dall’altro.
 Per ora, non siamo neanche sicuri che venga almeno un governo.