Nord e Sud a questo punto < Separiamoci >

Martedì 3 aprile 2013 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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Se il Sud si staccasse dal resto d’Italia, non ci perderebbe niente. Tanto già ora staccato lo è per come è trattato, e come tutte le cifre dimostrano. Quindi non una scelta di andarsene da solo ma l’inevitabile conseguenza delle politiche di un presunto Paese unito in cui ogni decisione è presa nell’interesse di una sua sola parte. A questo punto “Separiamoci”, dice Marco Esposito nel suo ultimo libro a metà fra scandalo e necessità (Magenes ed., pag. 165, 12 euro).
 Esposito non è un brigante, né un nostalgico, né un folle. Giornalista economico a “Milano Finanza”, “Voce”, “Messaggero”, “Repubblica”, “Mattino”, già autore di libri sui tranelli del federalismo fiscale leghista, con alcune sue inchieste ha impedito leggi infide e dannose per il Sud. Ora è assessore alle attività produttive del Comune della sua città, Napoli, dopo essere stato responsabile Mezzogiorno per l’Italia dei Valori. Uomo di studi prima che di passioni, addirittura uomo mite.
 Il suo ragionamento all’ingrosso è il seguente. Attualmente il Sud finanzia con le sue tasse l’aumento del divario verso il Centro Nord. Come? Produce il 24 per cento della ricchezza nazionale e, nonostante l’accusa di essere grande evasore, paga tasse per la stessa percentuale. I meridionali sono il 34% degli italiani. E in base al principio costituzionale per cui devi pagare quanto puoi ma avere dallo Stato servizi sociali pari in tutto il Paese, dovrebbero ottenere una spesa statale almeno del 34%.
 E invece. Non solo questa spesa non è superiore per ridurre il divario. Ma al Sud è addirittura inferiore: 24% per cento di quella nazionale la spesa corrente (anzitutto stipendi e pensioni), 30% la spesa per investimenti. Ma c’è di più. Nel 30% sono compresi i fondi europei (che dovrebbero aggiungersi e non lo fanno): se lo depuriamo, arriviamo a poco più del 18%. Conclusione: nel 2011 non è stato il Nord ricco a dare qualcosa al Sud, ma il Sud povero a girare qualcosa al Nord (visto che la spesa corrente e quella per investimenti al Nord si fanno anche con le tasse del Sud).
 Per gli scettici, tutto documentato con dati dei ministeri: verificare su Internet. A questo punto, si chiede e ci chiede Esposito, che stiamo a fare uniti? Se continuasse come dal 2011 a oggi, da solo il Sud starebbe in pratica come adesso. Anzi meglio, potendo utilizzare solo per sé i soldi dell’Europa che ora (incredibile ma vero) vanno soprattutto al Nord. Si risparmierebbe però quantomeno l’accusa di vivere alle spalle del Nord. Il quale avrebbe lo svantaggio (non granché, ovvio) di dover vivere solo del suo. Ma anche quello più grande di non poter più contare su acquisti, lavoratori, voti a basso costo del Sud.
 E allora, via alla fantasia, o all’utopia, o alla ubriacatura secondo i pareri. Separiamoci. Fratelli d’Italia addio. Questo Sud “liberato”, chiamiamolo Mediterranea o Terra del Sole. Nono Paese d’Europa per popolazione, 16mo per superficie, posizione media per ricchezza. Ma città tutte collegate fra loro in un’ora di aereo. Linee dirette quotidiane con Bruxelles e le capitali europee. Navi per Nordafrica e Balcani. Patrimonio culturale e ambientale non secondo a nessuno. E la dieta mediterranea. Tradizione musicale di livello planetario. La Nazionale di calcio? Può continuare a essere unica come ora.
 Il Sud si salva “se si fa potenza”. Esposito risponde anche alle possibili osservazioni, soprattutto dei meridionali stessi. Il Sud finirebbe nelle mani della mafia? Farebbe il gioco della Lega Nord? Senza il resto del Paese affonderebbe? Non avrebbe risorse sufficienti? Ma separarsi significherebbe anche ciò che il libro onestamente ammette: diventare finalmente adulti, esaltare le proprie qualità ma conoscere e combattere i propri difetti. Una politica dei meridionali per i meridionali, visto che in Italia nessun partito pensa più al Sud per non perdere i voti di un Nord dominato dalla sua parte più rancorosa, retriva e furba.
 C’è prudenzialmente anche il piano B: la Macroregione del Sud. C’è soprattutto il sogno di riscoprirsi innamorati di se stessi. Come dice Pino Aprile nella prefazione, Esposito elenca tutte le ragioni che potrebbero rendere inevitabile la separazione (consensuale), se l’Italia non riuscirà a guardare a se stessa come a “un solo meraviglioso giardino da coltivare con la medesima cura”. E spiega come separarsi bene, se quelle ragioni continueranno a essere ignorate. Aggiungendo che lo scopo vero è l’equità, non l’indipendenza.
 Nota del recensore: speriamo vivamente che quelle ragioni non siano più ignorate, anche se al momento non è più di una speranza.