Gita scolastica addio anche a te

Sabato 13 aprile 2013 da " La Gazzetta del Mezzogiorno "

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La verità è che la gita scolastica era morta da tempo. Da prima che, come avviene ora, fosse sotterrata dalla mancanza di soldi delle famiglie. E che, in modo molto politicamente corretto, si dicesse che è meglio non farla per non condannare alla disparità sociale chi non può. Sempre la disparità sociale c’è stata. Magari non fino al punto da non mandare un figlio alla gita, si sarebbero fatti debiti per non farlo sentire da meno. Ma c’era in tanti altri particolari. Gli abiti dei ragazzi quando l’abito faceva il monaco e non andavano tutti in jeans stracciati, magliette e scarpe da footing. Le destinazioni più o meno lontane. La paghetta a disposizione per l’occasione.
 PERCHE’ SCOMPARE La gita scolastica non è morta neanche quando si è capito che i ragazzi dai piedi leggeri ci mettono ormai poco ad andare per conto loro ovunque: quindi era difficile che ci fosse un posto a loro ignoto. Né la gita scolastica è morta quando gli insegnanti hanno cominciato a non prendere un centesimo in più per esserci, a veder violato un loro sacrosanto diritto visto quanti miserabili centesimi prendono per il loro lavoro normale. Prima, almeno, gli davano due euro e mezzo lordi al giorno di gita. La quale appunto è entrata in coma quando gli insegnanti hanno cominciato a dire che non volevano più accompagnare i ragazzi, dopo aver fatto a gara per andarci. E non per soldi, ma per evitare grane.
 Basta vedere le risposte dei ragazzi alla domanda: perché ci vai? Grande maggioranza “divertirsi” su “imparare”. E sempre più divertirsi su imparare passando dalla scuola media inferiore a quella superiore. Nel senso che la voglia di apprendere scema quanto più ci si avvicina all’età in cui più si è maturi per apprendere. E basta vedere le risposte al perché la gita nell’ultimo anno non si è fatta. Anzitutto perché la scuola non l’ha programmata, il doppio alle medie superiori rispetto alle inferiori. Sùbito dopo però perché “la mia classe non ha trovato un insegnante”. Cioè un volontario disposto alla crocifissione.
 Lontana l’idea di fare moralismi, di questi tempi in cui la morale è più molesta di una zanzara affamata e il moralismo è più indigesto di una braciola a colazione. E lasciamo stare anche i giornali, sempre accusati dalle famiglie di esagerare nel raccontare le gesta dei loro figliol prodi, sono solo un po’ vivaci. Ma basta osservare un drappello di gitanti scolastici per capire quanto alto possa essere l’interesse per una pala del Vivarini o spasmodica l’attenzione per una scultura del Bernini. Non ne parliamo neanche di uno scavo archeologico, siamo andati a vedere quattro pietre.
 MEDIOCRE PALCOSCENICO Lungi anche l’idea che quei pezzi ‘e core che sono i figli siano poco intelligenti, non vorremo finire processati a “Telefono azzurro”. Magari sono distratti, nell’intervallo fra un sms e una scenetta da immortalare su Youtube. Sono il prodotto di un tempo che gli abbiamo lasciato in eredità. Un tempo in cui sapere qualcosa in più è da fanatici e voler imparare è un pregiudizio borghese. Un tempo in cui la faccia conta più della testa. Un tempo in cui essere brillanti è più apprezzato che essere educati. E un tempo in cui il merito rischia di essere apprezzato quanto un termosifone all’Equatore.
 Ovvio che non sia tutto così. Ma purtroppo sembra sempre più così nell’impudico scambio di ruoli fra valori e disvalori. Allora anche la gita scolastica è il palcoscenico del peggio di se stessi. E’ il grande show in cui si allenano i sottoprodotti di questa incultura, fra l’aspirante velina e l’aspirante calciatore tutto tatuato. Ovvio anche che, presi uno per uno, questi piccoli barbari siano molto meglio di quanto rendano in branco, molto meglio di quanto non fossero i loro genitori alla loro età. Ma chi di loro si prende il rischio di fare una domanda seria senza essere sommerso dagli sfottò, chi di loro si può mostrare più attento al rosone di una cattedrale che all’Iphone che impazza?
 La gita scolastica era il giorno atteso un anno, non si contano quante regge di Caserta e quanti Castel del Monte ci siamo fatti. Era il giorno dei primi amori e della cotoletta nel panino. Era il giorno del primo stare assieme. Era il giorno della foto di gruppo di una generazione. Ora non si fa più anche perché si vive in gita permanente. Ma il problema non è la fine della gita. Il problema è fare in modo che, nonostante noi, i nostri figli possano ancòra avere in sé tutti i sogni del mondo.