Se incontri uno col piccone

Sabato 18 Maggio 2013 da la " Gazzetta del Mezzogiorno "

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Metti che in un’alba qualsiasi delle nostre città spunti un Kabobo armato di piccone. Sì, come quello che ha ammazzato tre persone a Milano. Cosa avremmo fatto, vedendolo, avremmo chiamato i carabinieri? A Milano hanno telefonato solo dopo un’ora e 28 minuti, tempo sufficiente al folle ghanese per seminare morte e terrore. A strage avvenuta. E sùbito le domande inquietanti: come mai?
 Assurda la pretesa che a lanciare l’allarme dovessero essere i primi aggrediti. La paura non fa ragionare, si pensa solo a mettersi in salvo non a salvare altri. Istinto animale. Ma possibile che nessuno abbia visto o sentito? Milano è Milano, c’è sempre qualcuno in strada, magari alla finestra. Così l’accusa del sindaco Pisapia: “comportamento incomprensibile”. E un tentativo di sociologi e criminologi di spiegarlo. Diffidenza. Individualismo. Sfiducia.
 MILANO SENZA REAZIONE In pratica: non è scattato il “meccanismo di controllo e tutela” di una comunità. Viviamo in una società individualistica e dai “legami labili”. Abbiamo scarso senso della cosa pubblica, prevale l’interesse individuale. Se non c’è una cura collettiva, rimane solo il rancore. Una società dell’io in cui troppi voltano lo sguardo, società dell’indifferenza, del “sono fatti loro”. E in cui le forze dell’ordine sono ricordate più come chi ci perseguita che come chi ci aiuta. Quante volte le abbiamo chiamate rimanendo invischiati nel labirinto delle competenze, deve chiamare i vigili urbani? E quante volte i centralini hanno squillato a vuoto?
 Così, nella guerra di tutti contro tutti, o nella difesa più o meno legittima di tutti contro tutti, tre poveretti possono perdere la vita senza una mano cui aggrapparsi. Né il clima incoraggia. Solo poche ore e le parole di odio hanno soverchiato quelle della pietà. Con la Lega Nord che sul selciato ancòra sporco di sangue è andata a far propaganda contro gli immigrati, alla testa quel Borghezio che ha una miccia al posto del cervello. E quell’altro corto circuito permanente che è l’ex ministro Storace ha detto che a Roma se la sarebbero presa col Comune perché lì c’è “la sinistra più faziosa d’Europa”. Riproponendo il veleno delle parole esplosive che stanno polverizzando l’Italia.
 E’ soprattutto la politica il palcoscenico degli incendiari nazionali. E allora il prof. Becchi, un cattivo maestro che vuol diventare a ogni costo qualcuno, dice che se si fa ministro dell’Economia un banchiere “non lamentiamoci, sto scherzando, se poi la gente usa i fucili”. Sta scherzando? E Grillo che parla un giorno sì e l’altro pure di colpo di Stato trovando sempre qualche leccapiedi che lo avalla perché è un comico. E un premio Nobel (accidenti) come Dario Fo che dell’ex ministro Brunetta dice di non essere alla “sua bassezza”. E la onorevole (si definiscono così) Santanchè che in tv ride sistematicamente in faccia agli avversari (però bisogna capirla perché non è una colomba ma un falco).
 PAROLE DI VIOLENZA Una bava alla bocca che nella intimidazione di ogni buonsenso, nella desertificazione di ogni civiltà, nella devastazione di ogni filo di umanità crea miserabili protagonisti sempre in scena. Anzi ricercatissimi in quella fogna a cielo aperto che è ogni posto in cui ci sia una telecamera. Con azzeccagarbugli e giustificazionisti in servizio permanente attivo sempre pronti a dire che la violenza non è colpa loro, hanno parole rivoluzionarie ma tengono a bada la rivoluzione.
 In attesa che questi pistoleri fumanti siano fatti santi sùbito, allo stadio di San Siro il pubblico romanista fa buu al milanista Balotelli. Ma l’ipocrisia sguazzante del mondo del calcio dice che non sono tifosi veri e la partita è sospesa per soli due minuti, però la prossima volta saremo inflessibili contro la vergogna del razzismo. La prossima volta. Né Balotelli è un cherubino che eviti di urticare chiunque gli capiti a tiro, ma in fondo è un bravo ragazzo. E ci mancava Twitter per completare l’ambientino di insulti, volgarità, aggressioni, brutalità in cui se ti va bene sei uno “stronzo”, se ti va male sei minacciato di morte.
 Ma sono solo minacce, per carità. Poi in un’alba di Milano la morte la vedi in faccia e tutti a chiedersi perché la gente, invece di reagire, abbia avuto paura. Invece di chiamare a raccolta si sia rintanata in casa. Gente rintronata dalle urla, dallo smarrimento, dalla solitudine, dall’abbandono, dall’orgia sotto il cielo. E allora torna la domanda: in quell’alba di Milano cosa avremmo fatto noi?