La colossale bugėa raccontata sul Sud

Venerdė 7 giugno 2013 da " La Gazzetta del Mezzogiorno "

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E poi ci sono i meridionalisti del “basta alibi al Sud”. Quelli puri e duri del Sud che ce la deve fare da solo. Quelli che dicono di non vedere sempre i numeri meno del Sud ma i numeri più. Quelli che il Sud deve partire dalle sue eccellenze, perché se c’è una eccellenza ce ne possono essere due. Anzi se non ce ne sono due, è colpa della seconda che non vuole fare l’eccellente. Quelli secondo cui il principale alibi è proprio pretendere pari condizioni di partenza. Discorso del tipo: non hai una strada? Cerca di non rompere, cammina lo stesso.
 E’ vero che spesso il segreto del successo è imitare chi, non sapendo che la cosa era impossibile, la fece. E’ vero che dietro ogni successo c’è un talento, un’avventura e una buona fortuna. Buttarsi. Ma non è facile iniziare sempre con i punti di penalizzazione: chiedetelo al Bari, che ha fatto un campionato da promozione ma stava per retrocedere. Il Bari (la società, non la squadra) quei punti di penalizzazione se li è andati a cercare o non ha potuto evitarli, pagamenti non in regola o non in tempo o roba del genere. Ma chi non ha una strada, deve darsi da fare tre volte: primo, andando a piedi, secondo, faticando di più, terzo, dovendo affrontare gli altri con costi maggiori. Se no, che meridionale sei?
 Hanno ragione anche i “basta alibi”, benché sia sempre facile parlare degli alibi altrui. Fra questi meridionalisti ce ne sono anche di prestigiosi che però da una vita fanno i meridionalisti senza aver mai beccato granché per il Mezzogiorno tranne bacchettarlo. Col sospetto che finché il Mezzogiorno resta così com’è, possono continuare a pontificare. L’emergenza Sud come affare. Ma sono inutili cattiverie.
 Il fatto è che il “basta alibi” al Sud incoraggia gli alibi verso il Sud, nel senso che colpevolizzare sempre il Sud assolve chi del Sud non si è mai preoccupato, anzi. E’ stato un premio Nobel come l’americano Stiglitz a dimostrare che la disuguaglianza uccide la crescita, non il contrario come teorizza qualche anima bella liberale. Puntare sempre su chi è più ricco perché porti nuova ricchezza, cioè ricchezza concentrata in poche mani o in pochi territori, conduce a una crisi inevitabile come negli anni Trenta. E somiglia troppo al modello della locomotiva del Nord, se riparte quella locomotiva si muoverà anche il vagone appresso che è il Sud.
 Risultato: decrescita italiana da dieci anni. Risultato: la locomotiva non cerca mai di migliorare, tanto non può essere il vagone appresso a farle la concorrenza, quindi rendita e inefficienza. Risultato: si perde la possibile produzione del Sud, che non toglierebbe nulla agli altri, anzi gli porterebbe nuovi consumi. Risultato: c’è bisogno di più Sud, non di meno Sud. Risultato: basta con lo spreco di Sud. Risultato: l’Italia ha la soluzione in casa ma continua a fare autogol.
 Perché c’è sempre la storia degli alibi. La convinzione: il Sud vuole sempre soldi. E’ interessante chiedere quali, lanciando un colossale “vade retro” verso discorsi alla Cirino Pomicino: nessuno ha portato tanti soldi a Napoli come me. Sì, ma come li hanno spesi tutti quelli come te? Il Sud sa di avere un po’ di coscienza sporca, ma chissà se sporca quanto il pregiudizio nei suoi confronti. Ora però qualcuno dica dove sono questi soldi.
 Ciò che lo Stato dà al Sud (18,8 per cento di spesa) è molto al di sotto di quanto il Sud dà allo Stato in tasse (24 per cento): dati pubblici bilancio 2011-12, controllare. Allora finiamola coi soldi, perché i soldi l’hanno finita con noi tutti. Uno dice: allora dateci le opere, quelle che servono appunto ad avere stesse condizioni di partenza. No, è un alibi. E’ un alibi, spulciamo a caso, chiedere treni che vadano più veloci, anzi soltanto veloci come altrove in Italia, anzi anche un po’ meno. No, perché non c’è traffico. Ma se tu non mi fai crescere, che traffico vuoi? A parte il fatto che il traffico c’è. Ma ecco il paradosso, ecco l’avvitamento: niente crescita, niente treni, ancòra meno crescita, ancòra meno treni.
 Bisognerebbe andare dove le eccellenze sono fiorite, e capire perché lì sono fiorite e altrove no. E scoprire se dipende da una strada in più o da un talento in più, da una avventura in più, da una buona fortuna in più. Ma se dipende da una strada in più, quella strada in più la si faccia dove non c’è, senza stare a dire che chiederla è un alibi.
 I signori meridionalisti puri e duri la smettano di fare i maestri con la matita rossa e blu. C’è bisogno di onestà e buona fede per capire davvero ciò che serve e ciò che non serve. Ha scritto Kaushik Basu, economista indiano, vicepresidente della Banca Mondiale: c’è chi nasce in una capanna con nessuna possibilità di riscatto. Dirgli che lavorando duro ce la farà da solo, è dirgli una colossale bugia.