Sciocchezze a volontà nel teatrino d'Italia

Venerdì 21 giugno 2013 da " La Gazzetta del Mezzogiorno "

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Dice un piccolo industriale lombardo: con questo euro non si può andare avanti. Quando c’era la lira, allora sì che si esportava alla grande, non ora che devo licenziare gli operai. Ciò che dice è vero. Ma sarebbe più completo se dicesse tutta la verità, non un pezzetto. E soprattutto che non gli andassero dietro per ingraziarselo i politici che dovrebbero saperne più di lui.
 La lira che consentiva di esportare alla grande era una lira svalutata. Cioè fatta valere molto meno dell’euro oggi. Così si poteva andare sui mercati esteri con prezzi bassi che battevano la concorrenza. Si chiamava svalutazione competitiva della lira, nel senso che la svalutazione era voluta proprio per favorire il piccolo industriale lombardo e i suoi colleghi. Se ne stampavano molte: e più è la quantità, meno è il valore. Più o meno quello che fanno i cinesi oggi.
 Ma se all’estero il prezzo di un tostapane italiano, mettiamo, era più basso, cosa avveniva in Italia? In Italia doveva essere venduto a un prezzo più alto, altrimenti il piccolo industriale sarebbe andato alla malora. Ma con la lira sempre più svalutata significava dover sborsare ogni volta qualcosa in più per pagarlo. Cioè inflazione, oggi paghi dieci, domani undici. Con disperazione dei consumatori (soprattutto, diciamolo, quelli del Sud, sempre meno facoltosi). E aumento del debito pubblico (ahi ahi), perché con la stessa lira svalutata dovevi importare, non solo esportare. E l’Italia è grande Paese importatore, non avendo materie prime: a cominciare dal petrolio.
 Il debito è quello che ci allieta ancòra oggi. Ma c’è un altro effetto collaterale. Siccome esportavano alla grande grazie alla lira svalutata, molti dei piccoli e meno piccoli industriali non si sono preoccupati di innovare i propri prodotti, tanto la concorrenza la battevano con la qualità ma anche col trucco. Ma poco alla volta quei prodotti poco innovati sono stati battuti da altri Paesi che hanno innovato. Dimostrazione: l’Italia è agli ultimi posti al mondo per competitività.
 Ma questo il piccolo industriale lombardo non lo dice. E non lo dicono i politici che l’assecondano per averne i voti, in quel grande (e un po’ infame) teatrino che è l’Italia oggi. Certo, che si può uscire dall’euro: ipotesi popolarissima, soddisfa la gente che ragiona con la pancia. Pochi aggiungono (questa volta con la testa) che significherebbe veder crollare di almeno un terzo il valore dei soldi di ciascuno di noi. E aumentare di altrettanto il debito pubblico.
 Giusta aggiunta: però qualcosa bisogna fare, la Germania non può continuare a comandare in Italia. Esempio, dobbiamo trovare 8 miliardi per evitare l’aumento dell’Iva e sospendere l’Imu. Come, non si trovano 8 miliardi su una spesa pubblica di 800 miliardi l’anno? Sì che si trovano. Bisogna tagliare la spesa altrove. Ma quasi sempre tagliare la spesa altrove significa tagliare posti di lavoro. E i lavoratori tagliati scendono in piazza a fare una cagnara. E poi i politici di quel grande (e un po’ infame) teatrino che è l’Italia oggi, che fanno? Chiedono il taglio e contemporaneamente difendono i tagliati?
 Però possiamo violare i patti sul deficit, tanto l’Europa non ci caccia. E del resto lo fanno Francia e Spagna, solo l’Italia deve essere sempre bacchettata? Non è indissolubile il matrimonio, figuriamoci i patti. Il problema è che Francia e Spagna non hanno il terzo debito pubblico del mondo come l’Italia. La quale paga 80 miliardi l’anno solo di interessi. E se è vero che Stati Uniti e Giappone sono più indebitati di noi, è vero anche che la loro economia cresce o ha ripreso a crescere, noi andiamo indietro da vent’anni.
 E sì, perché non ci si decide a ridurre le imposte sul lavoro e sulle imprese. Questo significa costi maggiori rispetto agli altri, come si fa (appunto) a competere? Si chiama cuneo fiscale. Qualche anima bella di tanto in tanto dice: ma scusate, lo Stato paga ogni anno almeno 30mila miliardi di incentivi alle imprese, e non si sa che fine facciano visto che le imprese si lamentano. Eliminiamoli e riduciamo le imposte. Ma sùbito qualcuno comincia a urlare su un altro argomento e non se ne parla più. Troppo serio e sensato per quel grande (e un po’ infame) teatrino che è l’Italia oggi. E non si può combattere l’evasione fiscale? E la corruzione?
 Meno male che Grillo c’è, e li vuole mandare tutti a casa. Lui è l’alternativa. Un po’ incazzuso, per la verità, soprattutto allergico a chi non la pensa come lui in quell’edificante esempio di democrazia in rete che vuol far diventare tutto il Paese. Così alla dissidente senatrice Gambaro dicono che deve chiedere perdono e deve farlo pubblicamente. Perdono? Tra Santa Inquisizione e Purghe staliniane. Anche per questo l’Italia è in agonia. Ma bando alla tristezza, “the show must go in”, lo spettacolo deve continuare in quel grande (e un po’ infame) teatrino che è l’Italia oggi.