Rose della notte vorrei dirvi

Sabato 29 giugno 2013 da " La Gazzetta del Mezzogiorno "

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Ci sono ristoranti o bar che già lo fanno: una rosa di plastica su ogni tavolo. Lo prevede l’articolo 1 del manuale di sopravvivenza del cliente. Massacrato ogni cinque minuti dal venditore indiano di rose vere che irrompe mazzetto alla mano e spara il suo miglior sorriso per sottrarti un euro. Non è detto che la tecnica di dissuasione funzioni: non vede che la rosa ce l’abbiamo già? Perché allora il venditore comincia a sciorinare l’elenco dei figli da sfamare. E se gli dici, senti, l’euro te lo do lo stesso ma la rosa tienetela, rischi di offendere la sua dignità e di essere razzista.
 AI TAVOLINI DEI BAR Sia chiaro: l’indiano è uno che merita tutto il rispetto, un giorno è partito per vivere una vita migliore. E non sarà l’euro a lui che comprometterà alcun bilancio. Il problema è capire il mercato, come posso comprarti la rosa se cinque minuti fa ho detto no a un tuo collega e fra cinque minuti dirò no a un altro? Posso comprare una rosa ogni volta che mi siedo per un caffè? E quale donna si sentirà colpita al cuore dal dono di una rosa acquistata col ghigno di chi dice, dammela, basta che te ne vai? La rosa non come dono, ma come estorsione. (E lasciamo stare tutto il resto che sappiamo: i poveri venditori della notte manovrati da clan che partono da Amsterdam, la più grande piazza del mondo, e diffondono gli scarti con un affare da cento milioni l’anno).
 Viviamo una vita a ostacoli. Se dribbli il fiorista, devi poi evitare lo spacciatore di accendini. Il turno C è monopolio di violinisti e fisarmonicisti, una occupazione capillare del territorio da studiare nelle Accademie militari. E se riesci a sfuggire a una mazurka, è difficile che non ti becchi un valzer di Vienna. Con corrispondente devoluzione di monetina e Dio ti benedica e tanta buona fortuna, ovviamente commisurata al taglio della monetina. Anche qui senza offendere dignità o rischiare razzismi col leggendario popolo del vento senza terra e senza mèta.
 Sono però meritevoli di pari attenzione le fatiche di un povero cristiano nel suo sofferto itinerario per la città. Se passi quattro volte al giorno dallo stesso semaforo, non puoi comprare quattro pacchetti di fazzolettini al giorno, tranne che non voglia impiantarvi un ingrosso. E non puoi essere un Mastro Lindo col parabrezza lavato a ogni passaggio come una dogana, c’è anche un piacere di non vederlo azzimato come una camera sterile. Tutto l’affetto per quei pezzi ‘e core dei bambini aggrappati al collo delle madri che tendono la mano, ma non possiamo stipulare un contratto per assicurargli latte a vita. Né si può essere un bancomat per tutti i cartelli “Ho fame” che ci irrompono addosso. Né c’è da dimenticare neanche che ogni posteggio di auto comporta l’offerta “a piacere” alla cavalletta apposita. E che se uno viene a portarti l’acqua minerale a casa, non vuoi disobbligarti se no la prossima volta devi telefonare due volte?
  FATICA QUOTIDIANA C’è una domanda che diventa ricatto psicologico, un assedio quotidiano cui sarebbe più facile rispondere con una donazione periodica più che con uno spicciolo a volta. Dovresti poter mostrare alla processione di questuanti la ricevuta dell’avvenuto versamento con reciproca soddisfazione. E ci sarebbe bisogno del 50 e non del 5 per mille per soddisfare tutte le richieste, ciascuna di sicuro meritevole di carità e di solidarietà in un mondo che non voglia girare lo sguardo dall’altra parte. Né puoi dire no a una festa di beneficenza e dire no anche all’altra, se non vuoi passare quanto meno per un insensibile o un taccagno che tutti i suoi soldi se li deve portare al camposanto. E poi la beneficenza è ormai la prima forma di socialità, anche se quelle signore tutte brillantate ti sembrano tutt’altro che madri Teresa di Calcutta.
 La crisi ha acuito il bisogno e, per chi può, è sacrosanto andargli incontro. Ma una cosa è andare incontro al bisogno, un’altra vederselo arrivare addosso con una protervia che spesso sembra tutt’altro che sofferenza. Ed è vero che la povertà ha la faccia di Cristo, ma spesso si vedono facce che neanche Giuda Iscariota. Il percorso passo dopo passo è una fatica tanto crescente che non è detto non porti a chiusure più che aperture, all’indifferenza difensiva più che alla comprensione partecipe verso il dolore attorno a noi.
 Tutto questo è racchiuso nelle rose della notte. Tutto questo vorremmo dire senza dirlo a chi ce le porge aspettando il nostro sì.