I mille cortei che bisogna fare al Sud

Venerdý 12 Luglio 2013 da la " Gazzetta del Mezzogiorno "

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Il Sud dovrebbe cominciare a sostituire i Comitati del No coi Comitati del Sì. I Comitati del No sono quelli che dicono no a tutto: no a una nuova strada, no a una centrale elettrica, no a un termovalorizzatore per i rifiuti, no a un’isola pedonale. A volte i no ci azzeccano, nel senso che difendono l’ambiente. Altre volte ci azzeccano meno, nel senso che difendono un proprio interesse o privilegio. Altre volte ancòra non si saprà mai se ci azzecchino, nel senso che sono no a prescindere.
 I no sono in generale frutto di una demonizzazione o di una furbata in base alle quali tutto ciò che si muove mette in pericolo qualcosa in un Paese che deve essere ingessato. E che infatti lo è: paralizzato. Tanto per fare qualche esempio di attuali no in Puglia: la superstrada da Maglie a Leuca (minacciati gli ulivi), il rigassificatore a Brindisi (minacciato il fronte del porto), il petrolio in mare (minacciato il turismo), la colmata di Marisabella a Bari (minacciati gli equilibri ecologici). Ultimissimo annunciato no in arrivo: lo sbarco del gas dall’Asia al Salento.
 I no possono anche avere ragione. Il problema è che non c’è opera pubblica che non debba affrontare questo muro in un Sud in cui già le opere pubbliche fanno di tutto per non farle. Mettiamoci ogni volta un bel corteo di vocianti studentelli (soprattutto contenti per la grazia ricevuta di una festa), di sindaco con tanto di fascione tricolore, di immancabili categorie dalle conquiste violate in qualcosa, di slogan tipo “Giù le mani”, di vescovo benedicente pronto all’uso, e il Sud festeggia ciò che riesce a non farsi fare oltre a ciò che già in partenza non gli fanno.
 Vero è che il Sud ha subìto troppe Ilva per non essere scottato. Ma il Sud ha subìto troppe ferrovie Bari-Napoli non fatte perché presidenti di regioni e sindaci non si mettano finalmente insieme organizzando un agguato allo Stato: stavolta diciamo sì. E l’elenco è lunghissimo, considerato il 40 per cento in meno di infrastrutture rispetto al resto del Paese. E proprio mentre il bravo esperto di turno dice (non senza ragioni) che il vero divario non è economico ma sociale, nel senso che al Sud il vero problema non sono tanto i capannoni in meno quanto un livello di servizi indegno della modernità.
 Alla nascita un bambino del Sud piange di più non solo perché nasce già col peccato originale come gli altri. Non solo perché nasce già con un debito pubblico addosso di trentamila euro a testa. Ma perché intuisce che nasce in un posto in cui avrà meno asili, meno scuole decenti, meno mense scolastiche, meno scuolabus, meno biblioteche, meno giardini, meno parchi giochi, meno mamme disposte a dargli una sorellina in quelle condizioni. Si ha più o meno diritti a seconda del luogo di nascita.
 Tutto questo anche per colpa dei meridionali, magari un po’ spreconi. Ma soprattutto per colpa di uno Stato patrigno che al Sud con una mano prendeva impegni con l’altra non li manteneva. Il Sud non ha mai beneficiato di una spesa pari alla sua popolazione e al suo territorio, nonostante il ritornello “con tutto quello che vi abbiamo dato”. Il problema è che anche qui si parla a prescindere: così è, anche se ogni cifra dice che non è. Però è stato l’alibi per fare le cose dove la maggiore ricchezza prodotta pretendeva maggiori attenzioni. Perpetuando le differenze.
 Allora questo dovrebbero fare presidenti di regioni e sindaci invece di capeggiare i cortei in cui si dice no anche a ciò che hanno già scarsa voglia di dargli. Dovrebbero dire: perché da Roma in giù i treni diventano lumaca e immondezzai? Perché la Salerno-Reggio Calabria non si completa da 50 anni? Perché la statale jonica fra Puglia, Basilicata e Calabria è un tratturo? Perché per andare da Bari ad Altamura ci vuole il radar nel labirinto di lavori sempre in corso? Perché non ci sono aerei fra una città e l’altra del Sud? Perché gli ospedali del Sud hanno sempre meno Tac e risonanze? Perché i pendolari del Sud devono essere fatti santi sùbito? Perché in questa situazione il Sud deve rischiare il fatalismo del “non cambia mai niente”?
 Presidenti di regioni e sindaci del Sud qualche volta danno segni di vita alle feste comandate. Altre volte non lo fanno guardandosi in cagnesco perché di partiti diversi. Il più delle volte non lo fanno forse perché l’emergenza conviene, meglio che arrivino soldi da spendere non per le opere di bene ma per i favorini che procurano voti. Il problema è che non c’è più un centesimo. Il lavoro al Sud può arrivare solo coi “sì” pretesi a viva voce. Ma nulla succederà finché anche la società civile, tutti insieme appassionatamente associazioni, parrocchie, sindacati, giornali, cittadini non otterranno un cantiere aperto anche per una buca nella strada (controllando però che il cantiere non rimanga aperto in eterno nella rassegnazione collettiva). La speranza ha bisogno di te, di te e di te.