Il Sud che non piace a giornali e tv - Calabria On Web

5 settembre 2013 di LINO PATRUNO

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L’ultimo esempio si è avuto con i voti agli esami di maturità. Nota la questione: al Sud sono stati anche quest’anno più alti rispetto al Nord. Apriti cielo: come mai, si chiede pressoché all’unisono la stampa settentrionale? Ci si dovrebbe invece chiedere come mai la domanda, non essendo detto nella Costituzione o nelle Sacre Scritture che gli studenti terroni debbano essere a tutti i costi più asini di quelli polentoni. Ma per la stampa del Nord non è igienico che ci possa essere un Sud che funziona, un Sud che non sia brutto, sporco e cattivo.
 Per i licei, si tirano fuori le prove Invalsi, nelle quali l’ordine torna sotto il cielo: studenti meglio al Nord che al Sud. Fatto è che il problema va oltre la maturità: voto più alto significa voto più alto anche ai test d’accesso alle facoltà universitarie a numero chiuso. Non vorremo vedere le patrie università nordiche invase da una emigrazione ora anche accademica, benché poi nessuno abbia nulla da dire sul rendimento di questi presunti asini venuti da giù, anzi.
 Ma è la stampa del Nord verso il Sud, bellezza. Stampa non preoccupata di sottolineare che anche al Nord parte rilevante degli insegnanti sono meridionali come quelli che sarebbero di manica larga al Sud. E senza il dubbio che, magari, i giovani del Sud, di fronte a un futuro mai così incerto, si diano da fare studiando. In condizioni che addirittura giustificherebbero eventuali voti più bassi, tipo case con meno libri e città con meno biblioteche.
 Non è però l’unico esempio del pregiudizio mediatico verso il Sud. Mettiamo la desolante valutazione delle nostre università nelle classifiche internazionali. Tutte, nordiste e sudiste, purtroppo. Ma se ne esce il presidente della Regione Abruzzo, Chiodi, e teorizza che un primo passo per rimediare sarebbe la chiusura delle università di Bari, Messina, Urbino. Non si sa da quale oracolo Chiodi abbia tratto cotanta ispirazione, anche se si sospetta che tutto possa ricondursi al noto verso del poeta Giusti: “levati di costì che mi ci metto io”. In pratica, attirare in Abruzzo perlomeno gli studenti orfani di Bari e Urbino.
 Ampio ovvio risalto sui giornali del Nord. Senza che nessuno si periti di andare a vedere quali sono i parametri che condannano le università del Sud, sia pure in un quadro nazionale in cui nessuno può tirare la prima pietra. Qualche dato?
 Primo: più valutate le università nelle quali c’è un maggiore apporto di privati. Inevitabile che avvenga di più al Nord, dove c’è maggiore ricchezza e dove ci sono 81 delle 89 fondazioni bancarie nazionali (fondazioni che spendono al Nord anche gli utili fatti dalle banche nordiche al Sud). Secondo: più valutate le università i cui laureati trovano più facilmente lavoro. Inevitabile che anche questo avvenga più al Nord, dove c’è più lavoro che al Sud (beffato così due volte).
 Tutto questo non assolve le università meridionali dai loro molti peccati, dal nepotismo delle cattedre, dalla megalomania delle sedi distaccate, dallo tsunami dei corsi di laurea inutili. Ma fa capire ancora una volta come il pregiudizio antimeridionale sia molto più radicato della voglia di approfondire e capire. Anche fra giornali e tv. Un pregiudizio che uno storico milanese come Antonino De Francesco, nel suo “La palla al piede” (Feltrinelli ed.) ha dimostrato essere tutt’altro che innocente come potrebbe essere una Curva Sud calcistica: un elemento del potere, non una curiosità folkloristica da ultras.
 La sensazione trasmessa dalla maggior parte degli inviati è la discesa agli inferi per avere conferma di un Sud immobile e neghittoso, rappresentato sempre come terra in cui si spreca, si vive alle spalle degli altri, si va avanti di assistenzialismo, si produce molto meno degli altri, non si ha senso civico. Difficile che siano sottolineati una pratica positiva, una eccellenza, uno sforzo di crescita, una università (appunto) controcorrente. Impossibile che si ricerchino le ragioni e le responsabilità di un divario del Sud scandaloso per l’intero Paese non solo per il Sud.
 Così il Sud stenta ad entrare nel dibattito pubblico nazionale. Stenta non solo a far capire i suoi problemi. Ma stenta a far capire di non essere la malattia del Paese, ma la sua possibile terapia se fosse messo in grado di dare un suo maggior apporto. Cosa sarebbe la Calabria senza una Salerno-Reggio Calabria in costruzione da oltre 50 anni? 
 A proposito di università: il Politecnico di Bari è stato per due anni primo in Italia per quantità e qualità della produzione scientifica. Neanche una “breve” su nessun giornale del Nord. Si attende la scoperta di un topo in un sottoscala per conquistare finalmente le prime pagine.