Il numero magico che potrebbe salvarci

Venerd́ 4 ottobre 2013 da " La Gazzetta del Mezzogiorno "

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La speranza è che ci sia la conferma della regola del venti. E’ la regola che ha dominato la vita italiana dall’unità a oggi. Ogni vent’anni (o trenta) toccare il fondo per ripartire. Avvenne col dominio della destra dal 1861. Ci fu la sinistra di Crispi e compagni fra 1880 e 1890. Poi via fino alla Grande Guerra. Poi il fascismo (non fu il Ventennio?) e l’altra guerra. Poi la ricostruzione e il boom fino agli anni 70. Il terrorismo e la vita al di sopra dei nostri mezzi (con conseguente debito pubblico) fino a Tangentopoli e al crollo della Prima Repubblica. Quindi la Seconda Repubblica tramontata con la caduta dell’ultimo Berlusconi e la Terza Repubblica cominciata con Monti e consegnata alla Storia dal voto di fiducia a Letta l’altro giorno.
 Se così è, è possibile che si sia imboccata la strada delle “sorti magnifiche e progressive”. Nel senso di vent’anni davanti per la ripresa e la fine della disperazione, la guerra civile quotidiana del tutti contro tutti che ci ha reso i più ingovernabili degli ingovernabili. E che ha visto i governi dissolversi per implosione, cioè auto-esplosione, non per la conquista della maggioranza da parte dell’opposizione. Ma il problema è che la Storia con tutti è maestra di vita, tranne che con quei riottosi seppur geniali zucconi che siamo noi.
 E’ avvenuto che in ogni ventennio si sono create le condizioni perché il ventennio successivo finisse non meglio ma nella stessa maniera pur sembrando tutto meglio. Cioè ci siamo sempre coltivati la malattia. Vedi ora. Avessimo impiegato gli anni della Seconda Repubblica a litigare ma anche a fare le riforme per sbloccare il Paese, ora ci troveremmo ammaccati ma attrezzati per non finire nella stessa palude. Ma riforme, zero. Così tra spesa pubblica da mani bucate, burocrazia da paralisi, corruzione da Terzo Mondo (con tutto il rispetto), giustizia da tempi biblici, tasse da rapina, privilegi da scandalo, disparità da rivolta (compresi Nord e Sud) ripartiamo nello stesso modo pur avendo il vantaggio di ricominciare. E di fidare appunto nella regola dei vent’anni.
 Qualcosa non aveva capito chi voleva trasformare il governo delle Larghe Intese nel governo delle Larghe Contese. Il fatto è che l’Italia fa parte del G8, gli otto Paesi più ricchi del mondo. Un onore, perché significa non essere una Grecia che si poteva lasciar fallire. Un onere, perché se crolla uno degli otto, rischiano tutti: basta pensare ai titoli del nostro debito pubblico acquistati dagli altri e, mettiamo, un giorno non più rimborsabili. Il G8 è come il pannello di una luminaria delle feste patronali, se si spegne una lampadina si spengono tutte le altre.
 Questo spiega lo sconcerto internazionale di fronte alla permanente tragicommedia politica italiana. Questo spiega perché fosse cupamente fuori dalla Storia già segnata un Berlusconi con i suoi problemi giudiziari personali (e sotto sotto qualche rampante di sinistra che non vedeva l’ora di tornare a votare). Questo spiega perché tutti, dall’Europa, agli Stati Uniti, al Fondo monetario hanno fatto drammaticamente capire che non era aria. Ma anche quasi tutti in Italia, da Confindustria alla Chiesa (ma papa Francesco lo sa?).
 Giustamente è stato fatto rilevare che il vincolo dell’economia è oggi la versione aggiornata del vecchio vincolo militare (l’appartenenza alla Nato). E chi si straccia le vesti gridando alla perdita di sovranità nazionale, non ha capito che è proprio questo che può salvarci dal nostro impazzimento collettivo. E farci tornare a crescere anche se sembra tutto il contrario. Altro che fuori dall’euro. Ogni decente sovranità nazionale si regge più sulla dignità nazionale che sulla retorica delle bandiere. E la nostra dignità, la luce sul mondo che fummo, ce la giochiamo da tempo al casinò di una decadenza morale e culturale epocale.
 Da giorni campeggia sulle cronache un certo Dudù, il cane della fidanzata di Berlusconi. A sua insaputa, per carità. Ma intanto ogni giorno mille aziende muoiono, i negozi chiudono, la gente resta senza lavoro. E mentre si intravede una ripresina economica, il massimo che ci può dare il convento, si pensava a fare di tutto per abbattere l’unico governo che potesse sostenerla. Facendo finta di non sapere la fine che, senza governo, avrebbe fatto la mitica sovranità nazionale in mano a commissari che da Bruxelles o da Washington sarebbero arrivati a imporci cosa fare.
 La speranza è non assistere più a uno dei dibattiti tv del nostro incubo. Battute, urla, sberleffi invece di argomenti. In studio sempre un estraneo buffone ad aizzare, nel caso qualcuno intendesse ragionare. Il conduttore tanto più gongolante quanto più sale la rissa. E il pubblico che prima si assiepa attorno al ring e poi dice moralisticamente che è tutto uno schifo. Camera con vista su un ex grande Paese.