Il Sud diverso del Cozzalone

Sabato 9 novembre 2013 da " La Gazzetta del Mezzogiorno "

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Confesso di non aver visto ancòra “Sole a catinelle” con Checco Zalone. Non per spocchia intellettuale, ché anzi i due precedenti film li ho anche recensiti. E neanche per gelosia tutta barese, non voglio far fare ancòra più soldi a lui e al suo regista Gennaro Nunziante, fra l’altro mio vecchio compagno di merende. Nemmeno perché il barese è talmente in competizione coi baresi che ti capita ascoltare uno andar via da un posteggio in strada e sentirsi di friggere perché lo prendeva un altro automobilista. E neanche per non intrupparmi in chi ha fretta di succhiare le gomme del successo per dire la sua. Non l’ho ancòra visto perché non mi piace fare code, né alzarmi all’alba per piazzarmi dietro la porta del botteghino. Perché di questo sono stati capaci i due manigoldi: costringere gli italiani a programmare invece di vivere alla giornata.
 ATTENTI A CHECCO E A NUNZIANTE Aspetto che passi l’ondata. Ma avendo visto, del trittico meteo, “Cado dalle nubi” e “Che bella giornata”, non voglio far conoscere la mia in termini cinematografici ma in termini geografici. Perché, diciamoci la verità, da bravi meridionali vergognosi di noi stessi, abbiamo tremato per questo disgraziato che ovunque vada parla come nella sua Capurso. Anzi peggio, senza un minimo di apertura o di chiusura delle “e” e delle “o”, malattia genetica del terronismo apulo-barensis. E non dimentichiamo che Domenico Modugno dovette cantare in siciliano prima di diventare il “signor Volare”, perché il barese non se lo filava nessuno. E che anche Renzo Arbore, pur non avendo mai fatto il Giuda con la sua Foggia, è ancòra catalogato nella grande tradizione musicale napoletana, l’unica conosciuta in tutto il mondo.
 Ma non è solo questione di accento e di gergo. Checco fa di più. Con quella sua aria giustamente definita innocente e stralunata, con le movenze di elefante nella cristalleria della zia Maria, con la faccia di chi non sapendo che la cosa era impossibile la fece, egli irrompe ovunque indifferente sia al suo idioma che alla cozzalonaggine pregiudiziale attribuita ai sudisti. Anzi ai “sudici”, come furono accolti i deputati meridionali nella prima seduta del parlamento del Regno d’Italia, il 17 marzo 1861. Pensa tu che esordio.
 Lo stesso Nunziante, in un colloquio con Marina Valensise (per il libro “Il sole sorge al Sud”) ha parlato di Checco come della maschera che hanno insieme creato: il primo cine-meridionale in controtendenza rispetto, esempio, al Lino Banfi “terrone provolone” e col complesso di inferiorità che ragna le fighe coscelunghe. E che doveva parlare in un canosino auto-caricaturale un po’ per far ridere un po’ per farsi ridere addosso e accettare. Ma quelli erano gli anni, mica quello era davvero Banfi. Così come la buonanima di Massimo Troisi, che pur s’inventò una irresistibile comicità di pause e farfugli: in “Ricomincio da tre” lamentava che un meridionale che va fuori è definito inesorabilmente emigrante anche se è un turista. Insomma, a tutti i costi brutto, sporco e cattivo.
 L’ANTI VERGOGNA MERIDIONALE Checco prende a pesci in faccia questo pregiudizio. Non fa nulla per sembrare diverso, anzi dà sempre il peggio di se stesso. E invece di farsi accettare, si impone. Invece di farsi ridere addosso, ride lui addosso a quei minchioni razzisti del Nord che fanno la coda (anche loro) per andare a vederlo tanto più quanto fa la pipì nella sacra ampolla padana di Bossi. Invece della forzata autocaricatura dell’era banfiana, Checco ha la non forzata autoironia dei sicuri di sé, sia pure con una grazia irresistibile che in fondo lo farebbe adottare da tutti come genero. Checco è l‘autostima meridionale pur essendo il concentrato dei difetti meridionali. Ci fosse lui, oggi in parlamento li vorrei vedere dire “arrivano i sudici”. E non perché è un Grillo strillante, ma perché è un terrone ridicolizzante coi polentoni quanto con se stesso.
 Sia Checco che Gennaro fanno gli stupidi per non andare alla guerra. Nel senso che dicono di non voler fare la lezione a nessuno, né la morale, né educare, tanto meno puntare il dito. Solo far ridere, che di questi tempi è già molto, ma sapendo sotto sotto che una risata è più di una risata. Aggiungono di avere terrore dell’aggettivo “culturale”. Essi sono quelli dell’irresistibile battuta quando bussano alla porta: “Siamo di Equitalia” – “No qui siamo cattolici”. Essi sono per il Sud molto più di quanto ci vogliano far credere e scompisciare.