Restare partire tornare resistere

Venerdì 15 novembre 2013 da " La Gazzetta del Mezzogiorno "

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

 

Più che una notizia, è un colpo di scena: i giovani italiani tornano a iscriversi all’università. Ancòra più colpo di scena, tornano a iscriversi alle università italiane. Avviene anche a Bari, con un boom di matricole soprattutto al Politecnico. Stessa crescita si prevede a Lecce, mentre Foggia dovrebbe perlomeno mantenere le posizioni. Uno pensa: si saranno seccati di essere additati come gli ignoranti della compagnia, visto che l’Italia continua a essere il Paese europeo con meno laureati (e anche meno diplomati). E squillano le trombe.
 Ma forse bisognava avere la cautela di un mito come l’allenatore di calcio Trapattoni col suo celebre aforisma: non dire gatto finché non ce l’hai nel sacco. Perché il ritorno all’università è troppo figlio della crisi per esultare. Non c’è lavoro e allora che fanno? Si iscrivono all’università. Un po’ perché vagamente speranzosi che così il lavoro potranno trovarlo. Molto più perché, nell’attesa di trovarlo, studiano. Cioè rimandano il momento della verità, quello che finora gli chiude le porte in faccia. Anzitutto al Sud, i cui ragazzi sono i più masterizzati d’Italia, nel senso che i master servono (purtroppo) anche a prendere tempo.
 Ma a poco servirà se continueranno, per dire, a iscriversi a giurisprudenza. Primo, perché di avvocati ce ne sono fin troppi, con molti studi che chiudono. Poi perché non funziona più la scelta generica di facoltà che aprirebbero tanti sbocchi: a cominciare da quel settore pubblico che però ha il difettuccio di non assumere più. La riforma dell’apprendistato prevista dal governo sarebbe il rimedio se non si perderà nelle nebbie del parlamento. Metà delle ore a scuola e metà in azienda già dalle superiori. Il che significa che ciò che si vuole fare da grandi bisogna deciderlo sùbito, i nostri figli non possono essere svegli solo a giocare col cellulare.
 Funziona al bacio in Germania, che anche per questo è la Germania. E non si può continuare a presentarsi con una laurea ed essere guardati con sospetto da chi ti deve dare un lavoro: che sa fare, questo? Né, diciamoci la verità, serviva riformare un apprendistato che era già così, solo che non ha mai funzionato perché come al solito in Italia la mano destra non sa cosa fa la sinistra. E i due mondi che dovevano comunicare hanno aspettato che uno chiamasse l’altro.
 Basta studenti a 25 anni che non hanno mai lavorato, ha detto la ministra Carrozza. Almeno un giorno da cameriere. La ministra dirigeva l’ateneo pisano cui andrebbero i maggiori benefici se persistessero i criteri di finanziamento delle università che piegano le ginocchia a quelle del Sud. Ma non sarebbe Sud se non gli piegassero le ginocchia. Funzionasse però il progetto della Carrozza, e non cadesse il governo mandando tutto all’aria, sarebbe una speranza anzitutto per il Sud. Su cui incombe come una sentenza l’ultimo rapporto Svimez: Sud sempre più a drammatico rischio desertificazione.
 Nell’ex terra dei figli accolti come benedizione del cielo, ora i morti superano i nati. Agghiacciante. Non solo per la fuga dei giovani. Ma anche perché l’impoverimento sta cancellando la ricchezza maggiore: la fiducia nel futuro. Che svuota le culle. Che fa andare via, come negli ultimi vent’anni, circa tre milioni di persone. Ennesima emigrazione come quando partivano i bastimenti per terre assai lontane, come quando si era dirottati nelle “terre al sole” d’Africa durante il fascismo, come quando ci si imbarcava sul Lecce-Zurigo via Milano con le valigie di cartone.
 Ora si va via col trolley e il computer. E se prima era chi viveva fuori ad assistere chi era rimasto, ora è chi è rimasto ad assistere chi è fuori. Se prima erano i giovani a sostenere i vecchi, ora sono i vecchi a sostenere i giovani. Le famose rimesse (cioè i quattro soldi) non arrivano più alle famiglie, ma partono dalle famiglie. Eppure molti giovani tornano. E non sempre per la speranza delusa della partenza, perché non ci sono più vacche grasse neanche altrove. Non sempre perché lontano da casa costa. Non sempre perché comunque si è provvisori ovunque. Ma perché se sacrificio deve essere, è meglio farlo dove perlomeno c’è una famiglia come pronto soccorso. E’ meglio farlo, retorica a parte, per la propria terra.
 Pullula Internet di siti e gruppi di giovani meridionali che hanno fatto il percorso inverso. Pullula di piccole comunità non solo virtuali di chi ha messo la propria esperienza insieme alle altre per costruire qualcosa insieme. Pullula di cooperative, piccole società, associazioni che costruiscono nel silenzio. Pullula di iniziative in comune. C’è forse un Sud sotterraneo del quale risentiremo parlare. Figlio in gran parte della necessità. Ma anche di una tentazione del rientro che sconfigge il fatalismo. Forse il deserto può attendere.