Il passato non si cancella del regista iraniano ASGHAR FARHADI

Mercoled́ 27 novembre 2013 da " La Gazzetta del Mezzogiorno "

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IL PASSATO – di Asghar Farhadi. Interpreti: Bérénice Bejo, Ali Mosaffa, Tahar Rahim. Drammatico, Italia/Francia, 2013. Durata: 2h 7 minuti.
 
“Il passato” non passa e ci insegue. Il passato non muore mai. E anche quando riteniamo di poterlo dimenticare e cancellare, è dentro di noi pronto a riemergere senza pietà. A riemergere nella rete di rimorsi, di rimpianti, di rancori, di risentimenti, di domande senza risposta, di perché che rimangono perché. Il passato sanguina sempre specie in quel dramma quotidiano che è la moderna vita di coppia.
 Come s’accorgono Ahmad (Ali Mosaffa) e Marie (Bérénice Bejo), che si danno appuntamento a Parigi per le pratiche di divorzio, quattro anni dopo l’addio improvviso di lui e il ritorno nel suo Iran. Sembra tutto tranquillo, tutto pacificato. E invece poco alla volta il loro passato rispunta. Rivelando tutto il dolore che era stato sepolto sotto il tappeto. Ed è proprio una macchia indelebile su un vestito in lavanderia la chiave di volta per capire come la macchia indelebile sia proprio il passato di ciascuno.
 Il film scopre uno dopo l’altro i fili della sua trama, come in un thriller psicologico, in un lento e inesorabile crescendo di tensione che accompagna lo spettatore a vivere la storia insieme ai due protagonisti. E al terzo, Samir (Tahar Rahim), nuovo compagno di Marie non accettato dalla figlia maggiore di lei, Lucie, avuta da un padre che ora è a Bruxelles. E’ cercando di capire i motivi della ribellione della ragazza che Ahmad mette a nudo il sudario di sofferenza che è al fondo di tutti e accomuna tutti. E che non lascia indenne da responsabilità neanche lui, che andando via si credeva innocente ed estraneo a tutto. Fino all’estremo della moglie di Samir, in coma da nove mesi: tentativo di suicidio o cosa?
 Il regista iraniano Asghar Farhadi, 41 anni, continua qui a scandagliare i piccoli demoni dell’animo umano, dopo quel “Una separazione” vincitore l’anno scorso dell’Oscar per il miglior film straniero. Film bellissimo quello, film bellissimo questo. Asciutto pur nella sua insistita lentezza, ma senza un minimo di colonna sonora per dare un’enfasi che è invece tutta nelle sequenze che artigliano l’attenzione. Con una sceneggiatura piena di sorprese e una eccellente interpretazione collettiva, su cui svetta l’intensa Bérénice Bejo di “The artist”, giustamente premiata miglior attrice all’ultimo festival di Cannes.
 Non mancano accenni allo spaesamento dell’immigrazione nell’anonima periferia parigina. Ma come sempre in lui, anche qui il finale di Farhadi è un finale aperto, ciascuno può dare il senso che vuole alle vite degli altri narrate. Perché somigliano a quelle di tutti, la solitudine di ciascuno e la malinconia di una umanità alla ricerca sempre più faticosa di un suo punto di equilibrio, di una sua fuga dall’infelicità.