Ma su Cosa Nostra non si può scherzare

Domenica 1 dicembre 2013 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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LA MAFIA UCCIDE SOLO D’ESTATE – di Pif (Pierfrancesco Diliberto). Interpreti: Pif, Cristiana Capotondi, A. Bisconti, G. Antona. Commedia, Italia, 2013. Durata: 1h 25 minuti.
 
No, non si può scherzare sulla mafia. Neanche a fin di bene, per irriderla e svergognarla. Perché si rischia di banalizzarla, di trasformare la tragedia in farsa. Come purtroppo capita a questo pur benintenzionato film di Pif, che poi è Pierfrancesco Diliberto, divo tv con “Le iene” e “Il testimone”, qui alla sua opera prima dopo una gavetta come assistente di Marco Tullio Giordana ai tempi di “I cento passi”.
 Quarantuno anni, palermitano, con “La mafia uccide solo d’estate” Pif ha tentato un’operazione intelligente. Vedere la mafia con gli occhi di un bambino, cioè se stesso, fra gli anni Settanta e Novanta. Cominciando dal tempo in cui in città della mafia nessuno sembrava accorgersi, tanto meno della sua pericolosità, e arrivando alle uccisioni di Falcone e Borsellino, quando nessuno ha potuto più far finta di niente.
 Lo stesso protagonista Arturo, del resto, è concepito nel giorno in cui uccidono il boss Michele Cavataio e nasce nel giorno in cui Ciancimino è eletto sindaco. E il fratellino viene alla luce in contemporanea con la figlia di Totò Riina. Le drammatiche immagini di repertorio su attentati, esplosioni, omicidi, stragi si alternano a quelle della vita dell’Arturo che cresce. Che stravede per Andreotti (maliziosa scelta del copione) e che si innamora già a scuola di una ragazzetta, Flora (la Capotondi), che poi diventerà sua moglie. Ma soprattutto diventerà assistente di Salvo Lima, il controverso scudiero dello stesso Andreotti poi ammazzato anch’egli dalla mafia delusa per il maxiprocesso che non l’ha risparmiata.
 Mentre Arturo diventa grande, cadono sotto il fuoco Boris Giuliano e Chinnici, La Torre e Dalla Chiesa, con ciascuno dei quali si immagina che lo stesso Arturo abbia avuto qualche contatto (Chinnici addirittura gli compra un dolce per Flora, e Dalla Chiesa è da lui intervistato come vincitore di un concorso giornalistico). E’ qui che il riuscito tono leggero del film contamina quello tremendo del sangue nelle strade. Due piani stilistici che non si tengono insieme, benché Pif abbia detto di voler combattere la mafia anche con una risata. Benché alla realizzazione abbia contribuito un’associazione come Addiopizzo. E benché Pif vanti ironicamente di non aver pagato il pizzo nelle quattro settimane di riprese a Palermo.
 Tutto ciò non toglie gradevolezza al film, né una sua capacità di rievocazione di una stagione da non dimenticare mai. Soprattutto risveglia dal sonno chi ancòra nega la collusione fra mafia e politica. Tanto che Arturo, cui il padre aveva sempre nascosto tutto ciò che avveniva sotto i loro occhi, fa il contrario col figlio. Che impara a dire “mafia” prima che “papà”. Esagerato, ma meglio così.