Tali padri tali figli ultras

Sabato 7 dicembre 2013 da " La Gazzetta del Mezzogiorno "

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Uno dice: mettiamo i bambini nelle curve degli stadi e sarà altra musica rispetto a quei teppisti degli ultras. Detto e fatto nell’ultima partita in casa della Juve, causa squalifica per i cori razzistici contro il Napoli. Così si respirerà aria fresca. E che gioia, infatti, vedere quei 12mila scatenati, non l’abituale urlo minaccioso dei tifosi, non il pauroso muggito ma una caciara indescrivibile, gridi, colori, entusiasmo, hola permanente come solo quelle anime pure e innocenti possono. Sempre in piedi, scatenati come a una festa. Finché il portiere avversario fa la prima rimessa in gioco e sale inesorabile il coro collettivo: “Merda”, tal quale quello degli ultras messi fuori. Qualcosa non funziona sotto il cielo.
 BIMBI SBOCCATI ALLO STADIO Insomma, curve baby ma insulti senior. E sùbito il commento: idea buonissima, i bambini negli stadi, ma risultato da rivedere. Tanto che la Juve è stata multata ugualmente anche se ha annunciato il bis dell’iniziativa alla prossima gara interna. Fatto sta che, invece di portare una ventata nuova, i piccoli sono stati contaminati dalla ventata vecchia. Inquinamento ambientale. E tutti a chiedersi allarmati: ma da chi avranno imparato? Non sono arrivati a ululare anche loro che i napoletani sono vaiolosi e colerosi, ma oltraggiato l’avversario sì. Solo leggero miglioramento, magari in attesa del contagio totale alla prossima occasione.
 Chissà se lo hanno fatto per averlo sentito, o perché ora si nasce così. Più probabile per averlo sentito dai grandi. E se lo dicono i grandi, allora si può: Merda. Né qualcuno degli insegnanti che li accompagnavano ha osato obiettare: la folla non ha pietà. Del resto, basta vedere cosa combinano alcuni genitori alle partite dei cosiddetti pulcini: solo un paio di settimane fa in Puglia uno ha picchiato il piccolo compagno di squadra del figlio perché non gli passava la palla. A chi mettiamo zero in condotta? Tanto che un ex calciatore ora maestro come Pulici mette fuori i genitori dalla sua scuola: sono loro a rovinare i figli.
 Piacerebbe essere d’accordo col difensore juventino Ogbonna, nigeriano italianizzato, il quale ha sdrammatizzato anche sul razzismo. I “buu” ai neri come lui sarebbero solo un convenzionale modo di apostrofarli, ma più per intimidirli e  innervosirli come si fa con quelli dell’altra squadra che per il colore della pelle. Anche nella mia Nigeria, ha aggiunto, mi hanno fatto “buu”: difficile dire che sia razzismo, ce l’avevano con me perché avevo scelto la nazionale italiana e non quella del mio Paese d’origine, nero come me. I tifosi cercano di offendere quello che più temono. Così avviene con Balotelli, benché sia egli stesso una provocazione impersonificata. E quando dicono a uno come l’italianissimo Toni che è un figlio di buona donna, è razzismo o cosa?
 PESSIMO ESEMPIO QUOTIDIANO Sarà come sarà, i nostri figli ci guardano. E, come dicono quelli colti, l’esempio è la prima forma di etica. Insomma si impara e si disimpara anzitutto in famiglia. O a scuola, dove purtroppo spesso imparano più ciò che non dovrebbero che ciò che potrebbero (e non per colpa degli eroici insegnanti). Il gruppo. O la vita quotidiana, infarcita del peggio. Le strombazzate di clacson per chi non parte in un nanosecondo: ma che stai a dormire? Le risse dei programmi tv dove prevale non l’opinione più sensata ma la battuta più sgangherata, chi toglie meglio la parola agli altri. Il rumore di fondo di città sull’orlo di una crisi di nervi. Il grugnito più che la parola, la prevaricazione più che l’educazione, la bruttezza più che la bellezza, la perdita di senso più che il buonsenso.
 La domanda è in quale girone infernale mettiamo Grillo che grida come uno cui hanno appena tirato il dente sbagliato, Renzi che tratta Cùperlo come un bambino scemo, la Mussolini che spernacchia i suoi ex colleghi di partito, Salvini che chiama terroni tutti quelli dieci chilometri sotto Milano, Brunetta che dice comunisti a chiunque un giorno ha aiutato un povero. Chissà che non sia questo ambientino il brodo di coltura dei bulletti che picchiano il compagno di classe, del branco che violenta la ragazzina e, perché no, dei 12mila dello Juventus Stadium che dicono “Merda” al portiere dell’Udinese. Un tempo si filosofava che chi semina vento raccoglie tempesta. Ora si può aggiornare che chi semina spazzatura raccoglie “Merda”. E osa anche meravigliarsene chiedendosi dove andremo a finire. In una latrina, si suppone.