Ma quante donne per Barney uomo solitario

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«La versione di Barney, cioè la sua concezione della vita, consiste in questo. Egli beve whisky come una spugna e fuma (sigari Montecristo) come un turco. Colleziona mogli col pallottoliere: tre, una delle quali, una ereditiera, tradita durante la sbracata festa di nozze. Dice parolacce come un carrettiere. Sfodera un padre non meno scorrotto e senza ritegno di lui. Per una partita di hockey su ghiaccio si venderebbe la madre. Ha un amico per la pelle e soprattutto per l’alcol. E’ bruttino come un gufo, rotea gli occhi a tegamino, sputa ciccette debordanti, capelli e barba rossi, è piuttosto impresentabile ma pizzica sempre donne belle (valle a capire). Ebreo e ricco produttore televisivo a Montreal, brucia la sua lussuosa randagia estrema esistenza fra insolenze, provocazioni, rissosità, sbornie, eccessi di ogni genere, comprese le genialate. Potrebbe avere tutto, finisce per essere spesso solo davanti al suo bicchiere.

Questa la ballata agra e insopportabile di Barney Panofsky, appunto, eroe del romanzo di culto (e semiautobiografico) del canadese Mordechai Richler (Adelphi) che, uscito nel 2000, vendette 350 mila copie. Un campione della ironia e autoironia ebraica, quella visione caustica e corrosiva del nostro essere sulla terra. Soprattutto campione di esempi che non dovrebbero essere dati ma non per questo meno carichi di una misteriosa capacità di attrazione.

Girato appunto fra Montreal, New York e Roma (che ha sostituito Parigi forse in omaggio al coproduttore barese Domenico Procacci), a conti fatti il suo protagonista non poteva che essere l’attore italo-americano Paul Giamatti, qui in una memorabile esibizione da Oscar (mentre alla mostra di Venezia gli fu preferito il meno magnetico Vincent Gallo). E in gara di bravura con Rosamund Pike, attrice teatrale inglese, fin troppo corretta figura di moglie, amante e madre. Ma anzitutto in irresistibile duetto con Dustin Hoffman, il padre pensionato poliziotto, maschera indimenticabile di tenerezza, cinismo, cialtroneria.

Il film di Richard J. Lewis (alla sua seconda opera) ha grande eleganza formale, sostenuta dalle musiche di Pasquale Catalano. E il critico non è obbligato ad aver letto il libro da cui è tratto per fare il trito classico confronto fra carta e immagine. Epperò, se questo Barney doveva essere odiato e amato per la sua insopportabilità, la sua autodistruzione, la sua pervicacia nel buttare talento, amicizie, amori, diciamo il suo maledettismo da «si campa una sola volta», c’è qui un buonismo che non quadra. Commuovendoci addirittura alla fine, colpendoci più per la sua incapacità di stare a questo mondo che per il suo sprezzo nel dileggiarlo. Soprattutto perché lo spudorato se ne esce dalla nostra comune dolorosa ma meravigliosa avventura in punta di piedi dopo averla presa a calci. Ci avevi proprio illuso, bastardo di un Barney.

Dalla Gazzetta del Mezzogiorno del 17 Gennaio 2011