Tutti persi nel telefonino

Sabato 14 dicembre 2013 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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Due ragazzotti meno che ventenni in un bar cittadino. Lei giochicchia nervosamente  col cellulare, lui anche. Testa in giù, si scambiano due tre parole in un’ora. Neanche ordinano nonostante l’ansiosa comparsa della barista, hanno l’aria persa di chi neanche la vede. Infine due miseri espressini e via saturi di cose non dette ma di chat e di tweet molto digitati come automi. Sembrano ubriachi del nulla. Ma non è che la scena cambi due tavoli più in là, età da marito e moglie, o da mia compagna e mio compagno, cioè ormai età da sguardi annoiati nel vuoto. Anzi, evoluzione della specie, sguardi sul display, rende meno noiosa la non conversazione.
 DROGA COLLETTIVA Idem con patate a un convegno, qui con la giustificazione delle mostruose palle sparate. Uno parla, nessuno lo ascolta né lo guarda, anche qui teste tutte giù a polliciare internet o facebook. Si può scommettere che non leggano un giornale neanche sotto tortura, ma ora vogliono sapere in tempo reale non per farsi un’opinione, ma per mandare a chissà chi le famose 140 battute di commento, essendone altrettanto fatuamente ricambiati. Mai abbiamo comunicato tanto senza comunicare alcunché.
 Una ricerca americana ha calcolato che il web ci ruba due ore di vita al giorno, ma bisogna aggiungerci anche il tempo in cui si socializza senza socializzare anzi socializzando in un dialogo muto con quel satrapo di apparecchio come i due ragazzotti del bar. Ma non cambia anche se al tavolo sta una mezza comitiva uscita stasera. Prima i maschietti ciacolavano coi maschietti, le femminucce con le femminucce. Ora ciacolano appunto solo con lo smartphone e ciascuno per conto suo: aggiornato modo di stare insieme. Magari l’aggeggio ci toglie di imbarazzo, non ci fosse chissà quanti silenzi sarebbero molto più silenzi. Ora ci si ignora perché tutti in navigazione in un mondo senza fondo e senza tempo, alternativa ad altrettante inutilità ma vivaddio dette rivolgendosi a un altro bipede umano.
 Abbiamo inventato il rifugio on line, il toccasana per i tempi morti ma anche il monopolista dei tempi vivi. Così c’è più vita irreale di quanta ce ne sia di reale, è un furto quotidiano del nostro tempo non solo libero. Anzi se qualcosa non appare nell’irreale non è reale. Incocci in un incidente stradale, in un corteo, in un personaggio famoso: ma se poi non lo rivedi in tv, ti viene il dubbio di avere avuto le traveggole, ci sono stati davvero? E quanto erano importanti? La risposta solo se la tv me ne dà conferma, è lei a pensare (e a pesare) per conto mio.
 SCATTI E AUTOSCATTI Così è tutto un fotografare e catturare immagini, non si muove foglia che non ci sia qualcuno ad inalberare l’affare e, tac, il c’ero anch’io è immortalato, altrimenti è come se non ci fossi. E sùbito comincia il vorticoso girotondo degli invii e delle risposte, rumore di fondo che accompagna le nostre giornate da un numero all’altro, da una mail all’altra. Una va a comprarsi un vestito, lo indossa, vuol sapere come le va, lo autoscatta e lo dirama urbi et orbi per telefonini solidali manco fosse il messaggio natalizio del papa. Anche Obama fa l’autoscatto con la premier danese bona facendo incazzare la moglie Michelle. Se non scatti o autoscatti sei perduto. Un immane polverone di vacuità.
 All’ultimo Umbria Jazz di Perugia, il grande pianista americano Keith Jarrett, comunque considerato tipaccio intrattabile, ha preteso di suonare al buio non per non farsi vedere o per insultare il pubblico lautamente pagante, ma semplicemente per non essere ripreso dai mille cellulari pronti come baionette. E mica per il disturbo dei flash o per il monopolio commerciale delle sue foto. Ma se mi volete, io sono io anche se non ne avete conferma da quel display, conta la mia musica non la mia faccia da voi rapita. Non basta più assistere a un concerto o a una partita o a una conferenza se ciò che ascoltiamo o vediamo non vive nel suo doppio, nella sua rappresentazione istantanea. Sei in vita non per il contenuto che esprimi, ma per il contenitore nel quale ti faccio andare a finire. Una sorta di tic collettivo in cui è più bravo chi colleziona più vittime sull’altare dei suoi byte, della sua scheda elettronica.
 Così diventiamo tutti attori volenti o nolenti di uno show planetario. Mitragliando cacchiate a ogni passo. E ricevendone. Una donna o un uomo senza sms, o senza foto, o senza minifilm, non sono più una donna o un uomo, sono l’immagine della morte civile. Non sono.