Rimpatriata al Sud con finale scontato

Venerdì 27 dicembre 2013 da " La Gazzetta del Mezzogiorno "

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

 

Li vedi ed è una gran rimpatriata. Questi sono i giorni in cui al Sud compaiono le ali tornanti. Sono i giovani partiti con trolley e computer per cercare futuro altrove e rientrati per le feste. Alcuni andati via alla sola caccia di un lavoro qualsiasi: i disperati. Altri per averne uno all’altezza dei propri studi: i cervelli. Altri ancòra per evitare i “canali ostruiti”, i vicoli ciechi dei quali parla il sociologo De Rita: i talenti, in fuga dal pantano della mancanza di mobilità sociale che impedisce progressi, carriera, soddisfazione in azienda e in società. Posso condannarmi a un destino di attesa di qualcosa da fare o di mediocrità immutabile fino alla vecchiaia?
 Ora è vero che le migrazioni fanno parte della storia del mondo. Ed è vero che senza migranti il mondo si fermerebbe, importanti sia per i Paesi di partenza che per quelli di arrivo. E’ vero pure che con le frontiere aperte della globalizzazione è tutto naturale, capitali e persone vanno dove le economie sono più competitive, dove offrono di più: e sono proprio quelli che se ne vanno a liberare i loro Paesi dal loro peso e poi magari ad aiutarli anche con le loro rimesse, ciò che mandano a casa. Così si crea il riequilibrio.
 E’ ciò che, del resto, hanno sempre fatto i meridionali. Prima imbarcandosi sui bastimenti per terre assai lontane: grazie ai denari del sudore e del dolore inviati ai parenti nell’ingrata patria per l’unica volta nella storia d’Italia la lira di carta superò in valore quella d’oro e nacque il triangolo industriale Milano-Torino-Genova (danno e beffa per il Sud). Poi l’esodo nelle “Terre al sole” del colonialismo fascista, valvola di sfogo di tanti terroni. Infine le valigie di cartone del dopoguerra senza le quali non ci sarebbe stato il miracolo economico soprattutto del Nord.
 Insomma i meridionali hanno sempre pagato un prezzo al benessere d’altri, senza che mai il riequilibrio fra Nord e Sud si sia ricreato. Sono sempre stati la grande massa di manovra nazionale, spostata più per risolvere i problemi altrui che i propri. Perché nel frattempo il Sud è rimasto Sud nonostante la loro partenza che lo liberava dalla pressione di braccia senza lavoro e dava al Nord quelle braccia senza le quali a nulla sarebbe servito il lavoro.
 La nefandezza è che c’è sempre stata e ancòra c’è una disonesta corrente intellettuale secondo la quale è stato fatto così un favore alla gente del Sud. Corrente avallata da svagati intellettuali meridionali secondo i quali il Sud dovrebbe ringraziare se gli si dà la possibilità di andar sempre via: grazie. Correnti che all’unisono non si sono mai preoccupate di vedere anche perché al Sud non ci sono mai state le condizioni perché quella massa di manovra non fosse più deportata di qua e di là. Insomma le condizioni perché il lavoro non latitasse sempre da una parte e non eccedesse sempre dall’altra. E perché non funzionasse mai in Italia la legge fisica dei vasi comunicanti, quando l’acqua che deborda da una parte defluisce verso l’altra.
 E’ il motivo per cui, nonostante le periodiche ondate di emigrazione, il divario fra Sud e Nord è rimasto più o meno inalterato fra insignificanti oscillazioni nel tempo. E perché ancòra oggi lo è, col Sud che importa muratori extracomunitari ed esporta ingegneri. Prefigurando l’incubo della desertificazione umana e industriale che già vede i morti superare i vivi nell’ex terra della fertilità e dei figli come ricchezza. E in uno scenario già esistente di vecchi che muoiono, giovani che partono, figli che non nascono.
 Proprio in questi mesi, si è chiesto a imprenditori italiani e stranieri perché non investano al Sud. Risposta: insufficienza di infrastrutture e inadeguatezza dei servizi. Tanto per capire, la battaglia di questo giornale per i treni sulla dorsale adriatica, per l’alta velocità ferroviaria, per il collegamento diretto fra Bari e Napoli. E contro una rete che conta oggi mille chilometri meno del 1938. Col viaggio da Roma a Palermo che dura 20 minuti in più rispetto a qualche decennio fa. E con un porto di Taranto ormai non più fra i principali del Mediterraneo vista la lentezza dei lavori di ammodernamento.
 Quanto ai servizi, dagli ospedali alle scuole, dagli asili alle università, non c’è città del Sud che possa beneficiare dei livelli essenziali e irrinunciabili previsti dalla Costituzione, secondo la quale non deve essere una condanna nascere in una parte del Paese rispetto ad un’altra. Infrastrutture e servizi tanto più adeguati ed efficienti quanto più è all’altezza la spesa dello Stato, senza che c’entrino nulla le classi dirigenti del Sud se non per l’incapacità di farsi rispettare.
 Ecco perché la storia al Sud è la solita storia. Ed ecco perché ancora una volta la rimpatriata dei giovani del Sud per le feste vedrà come sempre l’ennesima delusa ripartenza.