Se la morte non č un tabų

Lunedė 30 dicembre 2013 da " La Gazzetta del Mezzogiorno "

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STILL LIFE – di Uberto Pasolini. Interpreti: Eddie Marsan, Joanne Froggatt, Karen Brury. Commedia, Gran Bretagna/Italia, 2013. Durata: 1h 26 minuti.
 
Non è che si trovi ovunque e ogni giorno uno col lavoro di John May. Oscuro impiegato del Comune di Londra, rintraccia familiari, parenti, amici delle persone morte sole e non reclamate da nessuno, per dar loro funerali con un po’ di calore. Scrive anche l’orazione funebre e sceglie la musica adatta pescando fra i dischi trovati nelle case dei defunti. Così ricostruisce le loro esistenze come un detective. E riannoda possibili legami umani, dando un’estrema dignità a chi forse in vita non ha potuto averla visto come se ne è andato. Non è mai troppo tardi.
 Fatto è che il nostro John prende i suoi utenti postumi tanto a cuore perché ha un gran cuore anch’egli e forse è il più solo e solitario di tutti. Forse ritrova un po’ se stesso nei casi trattati, ne sono il suo specchio e ne sarà anche la sua sorte, così accanendosi nelle ricerche invece di seguire la spiccia indicazione di cremare velocemente i corpi perché i morti sono ormai morti. Finché il suo nuovo cinico capo lo licenzia come un “ramo secco”, costa troppo.
 Se la prende un po’ a male, ma chiede di poter chiudere l’ultima pratica, quella riguardante un tale Billie Stoke, gran ubriacone, gran avventuriero, gran amatore: insomma un divoratore di vita del tutto opposto a lui, che per questo ne è affascinato. Fino al punto da sfiorare la felicità nell’incontro con la ritrovata figlia di Billie che riesce a coinvolgere nel ricordo dopo il primo sprezzante rifiuto. Ma la felicità non deve essere il suo forte, come si vedrà.
 Che bella storia e che bel personaggio ha tirato fuori il regista e autore Uberto Pasolini (nessuna discendenza da Pier Paolo), italiano trapiantato a Londra, già noto come ideatore e produttore di quel film di culto che fu “Full Monty”. Un tabù come la morte affrontato sottovoce. E un John May pignolo, maniacale, grigio, ossessivo ancorché tenero che vive dei suoi ignari e amati morti fino al punto da impiegare il suo tempo libero a casa nell’incollare su un suo album le loro foto. Maschera commovente cui dà il suo perfetto volto qualunque il bravissimo Eddie Marsan, già caratterista per le più prestigiose firme, da Scorsese a Malick.
 Si respira aria di Gogol, ricordando “Il cappotto”. In uno scenario di desolazione urbana ed esistenziale della periferia londinese (“Still life” vuol dire “natura morta”) che richiama Ken Loach e i suoi lavori. E con un dimesso antieroe che è molto più eroe del previsto in un’era in cui tendere la mano ad altri, sia pure a tempo scaduto, è già un eroismo.