Se a far gol è Platone allenato da Zeman

Martedì 7 gennaio 2014 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

 

Inutile stare qui a dire che solo un Gianni Spinelli poteva scrivere un libro come “Il gol di Platone. L’arte del calcio fra cronaca, filosofia, letteratura, psicologia e Zeman” (prefazione di Fabio Caressa, Sedit ed., pag. 139, euro 9,50). E’ possibile che chi scrive, suo recensore ufficiale (con onore per sé medesimo) abbia esordito nello stesso modo anche in occasione delle precedenti uscite dello Spinelli: “Palloni & palloncini” e “I figli di Mamma Palla”, variamente insigniti di premi qua e là. Perché il fatto è che il sopradetto Spinelli riesce a vedere nel calcio (e più in generale nello sport) ciò che gli altri non vedono. E non perché egli sia un visionario, o gli altri strabici, ma perché egli ha quella sensibilità&intelligenza&arguzia che genericamente possiamo definire “terzo occhio”, e gli altri no.
 Ma come, il gol di Platone? A che si ricordi, un calciatore Socrates, brasiliano, c’è stato, ma un Platone mai. Ovvio, perché solo degli incolti non all’altezza di Spinelli possono aver scambiato il grande filosofo greco (427 aC/ 347 aC) per l’attaccante, pardon oggi si dice punta, di qualche squadra. E allora comincia a svelarsi l’arcano inimitabile del libro.
 Parlando dell’allenatore cecoslovacco Zeman, Spinelli riesce a dimostrare (e ci riesce, ci riesce) che lo zemaniano pallonaro pensiero è assimilabile a quello di grandi della storia come Dante, Leopardi, Pasolini, Bene e, appunto Platone. Non solo Zeman, per la verità, ma un po’ tutto il calcio visto appunto col terzo occhio non ha molto di estraneo a tali e a un’altra sessantina di vette dell’ingegno universale (da Einstein a Chaplin) , ma anche a personaggi ancòra più insospettati e insospettabili come Pinocchio e Topo Gigio. Ovvio che il primo atroce sospetto è che Spinelli ci prenda tutti per i fondelli.
 Ma allora bisogna leggere per credere e ricredersi. E per scoprire come ad aver ragione sia lui. E come non sia né una insostenibile eresia né una bislacca eccentricità la definizione del calcio non come semplici pedate a un pallone da parte di giovanotti in mutande, ma una sintesi della quotidiana commedia umana. Una sintesi anche, eccolo qui, che si racchiude nel personaggio a tutto tondo che è Zeman: ciò che chi lo ama non avrebbe troppe difficoltà a confermare, e chi lo odia a sghignazzarci su.
 Basta inoltrarsi nelle sapide pagine nelle quali si spiega come il famoso 4-3-3 dello Zeman non sia solo una semplice differenza rispetto al 4-4-2 o al 3-5-2 o quale altra accidente di formula ingegneristica di tattica e disposizione della squadra in campo, ma una concezione di vita che ci riguarda tutti, non solo i fissati del calcio. Un inaudito, che significa provarci sempre e non risparmiarsi mai, darsi e non ritrarsi, menarle prima di evitare di prenderle, buttare il cuore oltre l’ostacolo piuttosto che asserragliarsi in trincea. Non è ciò che ci troviamo a decidere a ogni passo della nostra personale partita esistenziale?
 In termini più strettamente calcistici, significa che Zeman (e quelli come lui) considerano ideale il risultato vincente di 5-4, per dire: estetica ed etica messe insieme. Non lo striminzito uno a zero, insufficiente per essere felici anche se si vince e non si incassano gol. Tantomeno il perfetto 0-0, quindi senza alcun errore da parte dei contendenti, come teorizzava quell’altro mezzo matto di Gianni Brera, quello del calcio visto come “un mistero senza fine bello” e non per nulla padre putativo di Spinelli. Insomma il mondo come lo vedono gli zemaniani è quello secondo cui se il proprio dogma non porta al successo la colpa non è del dogma ma del mondo non all’altezza.
 Non per niente Zeman e gli Zeman in circolazione non solo nel calcio prima o poi (sarebbe meglio prima) li buttano a mare. Ma perché conquistano tanto? Chi ha ragione? Il difetto è in loro o in noi mortali? Spinelli ha una penna troppo ironica e leggera perché si lasci avviluppare. Si limita a dirci cosa ne pensa Platone in merito. E ci racconta da par suo un soggetto comunque colorito come Zeman, passato attraverso vicende in patria, a cominciare dai carri armati russi, che ci hanno riguardato tutti, occasione quindi anche di un amarcord tutt’altro che calcistico.
 Non inutile ricordare quanto Zeman, semimuto e sigaretta perenne, abbia amato e ami il nostro Sud, dalla Puglia alla Sicilia. Né la sua battaglia per il calcio pulito, memore di quanto diceva un altro irregolare come il suo collega Scopigno, “nel calcio l’unica cosa pulita è il pallone. Quando non piove”. Prologo al finale thriller del libro, nel quale avviene ciò che nessuno avrebbe mai potuto immaginare. C’entra la di Zeman odiata Juventus. Ma è anche l’ultimo beffardo gol non di Platone bensì del malefico Spinelli, giornalista-scrittore che a ogni tiro fa centro. Anzi ogni volta sempre di più, parola di recensore ufficiale ancorché robustamente juventino.