Il colpevole č trovato e l'ipocrisia ha trionfato

Venerdė 24 gennaio 2014 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

Dunque, il Sud non sarà più Sud solo quando certi meridionali la finiranno di essere meridionalisti. Nel senso di difendere il Sud, colpa non meno grave di calpestare le aiuole. Ormai è un ritornello come quelli delle prossime canzoni di Sanremo. La battaglia di questo giornale per i treni anche al Sud? I soliti meridionalisti. Le tasse dannose soprattutto per il Sud meno ricco dei farabutti brianzoli del film di Virzì? I soliti meridionalisti. La mini-ripresa non toccherà il Sud che esporta meno? I soliti meridionalisti.

 Che il meridionalismo sia spesso stato una professione che ha fatto campare bene troppa gente, non ci sono dubbi. Anzi più il Sud non faceva passi in avanti, più li facevano molti di loro tra incarichi e soldi. Fino a sospettare che il compito vero di costoro fosse far restare Sud il Sud. Insieme a tanta classe dirigente del Sud, che si è auto-conservata perseguendo il tanto peggio tanto meglio (per se stessa). Più brava nel fare arrivare denaro e spenderlo per ottenere consenso e voti che per completare una strada o far funzionare un ospedale. Ma che tutto questo basti per dire che la questione meridionale sia solo una questione dei meridionali, è come dire che l’assassino nasce assassino e non lo diventa.

 La prima madre sempre incinta della cattiva classe dirigente meridionale fu l’incapacità di unire l’Italia non solo con la geografia. Che non fu unita pure con l’economia, lo sanno ormai anche quei cialtroni che negli stadi augurano ai napoletani che il Vesuvio se li sotterri tutti. Qualsiasi fosse la situazione al tempo di Garibaldi, neanche un Salvini può negare che da allora il divario è aumentato. Ed è aumentato tanto quanto aumentava la ricchezza del Paese, facendo temere che una parte crescesse sull’altra. Dice: colpa di come i Borbone fecero trovare il Sud. Ma avendo avuto un secolo e mezzo a disposizione, quanto fece eventualmente per non imitarli chi li spazzò via?

 Storici non meno credibili di quelli critici col Sud l’hanno spiegato: era tanto impellente entrare nella modernità che non si andò troppo per il sottile verso il Sud cui si impose la polenta al posto della mozzarella. Ci voleva, allora sì, un federalismo che rispettasse quelle differenze che non erano inferiorità. Ma qui è il primo corto circuito. La classe dirigente cui fu concesso di rappresentare il Sud furono i baroni e i galantuomini cui non importava un fico secco del Sud quanto importava la conservazione del proprio privilegio. I Gattopardi. E la rivolta popolare verso di loro fu tacitata a colpi di assistenza non meno intensa di quella cui anche dopo il Sud fu condannato dalla politica nazionale che lo faceva arretrare invece che progredire.

 Così sono nati i soldi per comprarsi l’arretratezza e la pace sociale più che assicurare lo sviluppo. E così sono nati quegli amministratori locali più bravi a distribuire che a costruire, più elemosinieri un po’ per ciascuno che progettisti di futuro per tutti, quelli alla Andreotti più attenti al prete che a Dio. Per questo più arrivavano quei soldi più aumentava il divario, come certa neve che meno attecchisce quanta più ne cade. Facendo ciò comodo anzitutto a chi non voleva troppi problemi col Sud, se li prendano e si stiano zitti. Ma facendo anche comodo a una schiatta di dirigenti meridionali tanto più votati quanto più dannosi. Tanto più considerati meritevoli quanto più intrallazzati, tanto più ricercati quanto meno utili al Sud. Dove un cantiere sempre aperto era benedizione di denaro che girava non maledizione di un’opera che non si completava mai.

 E’ stato definito Patto Scellerato. Fra Nord e Sud, all’italiana. Anzi fra il peggiore Nord e il peggiore Sud. Per consentire al Nord di conservarsi la polpa dell’Italia e al Sud di viversela con l’osso a condizione che non fosse troppo buco. Questa classe dirigente meridionale persiste quanto più il Sud è tenuto ai margini del Paese. Quanto più, diciamolo, al Sud non si danno i treni coi quali (e non solo con loro) possa fare da sé. I beni pubblici, il capitale sociale senza il quale non si alza un capannone. E meno i treni (e non solo loro) arrivano, più si dona sangue proprio a quella classe dirigente intrallazzona e inetta che si rimprovera allo stesso Sud.

 Perciò, se ci sono stati i professionisti del meridionalismo, ci sono anche i professionisti dell’antimeridionalismo. Quelli che un giorno sì e l’altro pure sono pronti a processare la classe dirigente meridionale come unica responsabile del Sud arretrato. Così continua la Grande Ipocrisia di un Paese che si picca di essere di Grande Bellezza. Così quella classe dirigente s’ingrassa invece di deperire. Così il Sud è fatto restare Sud. Il problema è che così non cresce neanche l’Italia, come volevasi dimostrare.

 (Quanto ai meridionalisti, ce ne sono anche senza portafogli: sono quelli che scrivono sui giornali. Sono idealisti, loro).