Il cow boy che sfidò l'Aids -< Dallas buyers club>

Martedì 4 febbraio 2014 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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DALLAS BUYERS CLUB – di Jean-Marc Vallée. Interpreti: Matthew McConaughey, Jared Leto, Jennifer Garner. Drammatico, Usa, 2013. Durata: 1h 51 minuti.

 

Quando un film è rifiutato 137 volte dai produttori, è fatto dopo quattro anni di attesa e con i finanziamenti che spariscono 5 settimane prima delle riprese, beh bisogna capire perché. Ma non è tutto. Quando un attore fighissimo come Matthew McConaughey abbandona i ruoli sexy e bacchettoni, dimagrisce di 25 chili mangiando tapioca per quattro mesi e svegliandosi ogni mattina alle 4, senza socializzare e debolissimo, beh non sarà un film qualsiasi. Infatti non lo è.

 “Dallas Buyers Club” è l’associazione creata da Ron Woodroof per aiutare i malati di Aids come lui contro lo strapotere della Fda, l’organismo statale che imponeva l’uso di un medicinale accusato in certe dosi di ammazzare i pazienti invece di guarirli. E che soprattutto impediva l’importazione di altri preparati più efficaci, col sospetto di essere al soldo delle intoccabili industrie farmaceutiche. Siamo nel 1985, e questa è una storia vera. Protagonista l’Aids che comincia a diffondersi nel mondo, proprio quell’anno si porta via Rock Hudson svelando l’inconfessabile segreto del presunto macho che sul grande schermo faceva cadere tutte le donne ai suoi piedi.

 Un sicuro macho è invece l’elettricista texano Ron, tipo ributtante, cow boy da rodeo, puttaniere, imbroglione, omofobo, tossico, ubriacone. Il quale, dopo uno dei tanti rapporti sessuali non protetti, si sente diagnosticare non solo l’Aids ma trenta giorni di vita, un foglio di calendario. Proprio mentre tocca il fondo, comincia non solo la sua epopea tragica, ma la sua conversione. Se ci vuole un cow boy per sfidare l’Aids, più Ron rinsecchisce, più il suo volto si aguzza di sofferenza, più egli diventa fragile più esplode il vitalismo che rifiuta la morte ma anche l’ipocrisia e la menzogna dell’apparato sanitario.

 Continuamente tallonato dalla Fda, dalla polizia, dal fisco che tentano di intimidirlo e farlo desistere dalla sua solitaria battaglia, Ron va in Messico, Olanda. Cile, Israele, Giappone, si traveste da prete e da pilota ma riesce a procurare per sé e per i sempre più numerosi altri malati che lo seguono i farmaci per tenere in vita i corpi lacerati e la speranza. Aiutato in questo da un omosessuale che in altri tempi avrebbe brutalizzato come “frocio” e basta.

 Riesce a vivere altri sette anni. Ma soprattutto riesce a ridare una speranza contro il male che consuma e contro il potere che schiaccia. Caricandosi la sofferenza sua e altrui, per la prima volta si sente un essere umano.

 Tema non nuovo, soprattutto potenzialmente strappalacrime e mieloso. Una forzatura che la essenziale e distaccata regia del franco-canadese Vallée evita consegnandoci un documento senza ammiccamenti ed eccessi, affidato alla comunque vibrante vicenda e agli attori. Straordinario McConaughey, alla prova di una nuova maturità. Non meno lo struggente Rayon, cui dà volto femminile Jared Leto, musicista di successo e regista. Sei candidature all’Oscar. Si vedrà. Di sicuro grande testimonianza di cinema civile, 2557 giorni per morire vivendo.