Sud vivrai ma solo se finisce la ricreazione

Venerd́ 14 Febbraio 2014 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

 La pietra nella palude. C’è qualcosa che si muove a Sud nonostante tutto. Esempio, un discorsetto alle sue fin troppo mitiche classi dirigenti. Ormai avete capito che non c’è più trippa per gatti, nel senso che, fra poco, il poco che potrà venire dallo Stato sarà appena sufficiente per curare la gente, farla circolare in bus, darle scuole, sostenere gli anziani. Non un euro per riparare le buche nelle strade. E anche i fondi europei, se va come nelle dichiaratissime intenzioni, niente più festival, sagre patronali, corsi di formazione fasulli, il tanto per ciascuno. Insomma non potete già più pensare al clientelismo che distribuisce in cambio di voti, che assiste invece di creare sviluppo. Quello spreco che apre cantieri per opere che non saranno completate, che completa dopo decenni opere che non entreranno mai in funzione.

 Scenderebbero in campo nelle prossime settimane una ventina di associazioni meridionali con altrettanti imprenditori, per chiedere ai presidenti delle Regioni del Sud se si rendono conto di quest’aria. Se si sono accorti che i ragazzi se ne vanno, le imprese chiudono, le tasse locali aumentano, gli investimenti non si fanno, i soldi sotto il mattone finiscono. E con il disgusto verso la politica, le elezioni che rischiano di essere ancor più disertate lasciando spazio ai professionisti della rabbia altrui.

 Certo, poco fa presagire un altolà, poco fa immaginare piazze ribollenti dove ora domina la sfiducia e, invece di combattere, si parte. La palude. Tutto o quasi fa credere che non solo non ci sia più niente da fare, ma che sia inutile tentare di fare. Il deserto. Però con l’onestà di aggiungere altro. Di aggiungere che spesso quelle associazioni ora mobilitate sono state una malattia del Sud non una terapia. Di aggiungere che il Sud dovrebbe cominciare a convincersi di non essere solo il famoso Grande Divario ma anche una fra le maggiori economie d’Europa. Di aggiungere che non è piagnone un Sud che chiede di viaggiare in treno come altri e di poter fare uno spuntino a bordo. Di aggiungere che il Sud è solo il più colpito di un Paese che agonizza tutto da tempo. Di aggiungere di convenire all’Italia.

 Ma meno che mai il Sud, proprio perché più in ritardo, può consentirsi di seguire passivamente la scia di un incredibile Paese che invece di pensare a chi non ce la fa più, pensa a fare le staffette al vertice del governo. Meno che mai il Sud può persistere nelle occasioni perdute di ieri e di oggi. Meno che mai il Sud può evitare le orecchie tirate e chiedersi che razza di classe dirigente è quella che lascia affondare una terra che è e potrebbe restare bellissima.

 Ovvio che classe dirigente non significhi solo politica. Significa anche imprenditori che sia pure nelle condizioni più difficili mostrino più abitudine al capannone che ai corridoi degli assessorati a caccia di appalti. Significa università dai programmi comuni più che dalle gelosie reciproche. Significa burocrazie che dialoghino fra di loro invece di guerreggiarsi per conservare poteri. Significa primari che non facciano aprire reparti più per assicurarsi una poltrona che letti. Significa cittadinanze che non dicano no a prescindere a tutto ciò che somigli a una rotatoria o a un gasdotto.

 Classe dirigente del Sud significa capire che occorre ripartire dai segni più e non sempre dai meno, dalle eccellenze e non dalle deficienze, da ciò che si può già fare più che da ciò che si deve (legittimamente) chiedere. E tanto si può fare. Esempio evitare che se una strada passa da una competenza comunale a una provinciale e all’Anas, quella strada sia un calvario di fuga dalle competenze più che una somma di buone competenze. Evitare che sull’acqua Campania, Basilicata e Puglia si facciano i dispetti più che considerarla un bene comune del Sud. Evitare di costruire un nuovo ospedale a pochi chilometri da un altro al di là del confine amministrativo. Occorre capire che la geografia non è un’opinione e che unisce il Sud più di quanto lo divida. E che meno che mai è un’opinione una economia mondiale in cui la concorrenza si combatte per grandi aree non per regioni come Basilicata e Molise che insieme hanno una popolazione inferiore a quella della provincia di Bari.

 Il Sud può tornare a respirare, Sud vivrai solo se cambierà spartito. Facendo ciò che è alla portata, non attendendo una giustizia a babbo morto. Nessuno esime lo Stato da questa giustizia, a cominciare dalle famose infrastrutture, quei beni pubblici che si trasformano in iniezioni di civismo, di amore e difesa verso ciò che è di tutti. Ma nel frattempo il Sud ha il dovere di chiedersi cosa può fare da sé, e farlo. Darsi, come si dice, un progetto e una lena.

 (A proposito, nei giorni scorsi Bologna, Modena e Reggio hanno messo insieme le loro Confindustrie, creando un gigante secondo solo alla Lombardia. Non può venire un’idea simile anche dalle parti del Sud?)