Figli a casa ali spezzate

Sabato 15 febbraio 2014 da " La Gazzetta del Mezzogiorno "

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

Non si capisce dove sia lo scandalo. Questa storia, rieccoli, dei cosiddetti “bamboccioni”, i figli giovani che non riescono a diventare adulti o i figli adulti costretti a ridiventare giovani. Perché le ultime cifre sono una sentenza: invece di diminuire, sono saliti a 7 (sette) milioni quelli fra i 18 e i 34 anni che vivono ancòra in famiglia, o che ci sono tornati. Sette su dieci che non hanno mai chiuso per sempre quella porta, o che ci hanno ribussato. In Italia, regno della mamma, e di più al Sud. Ma non solo. Avviene anche dove finora inesorabilmente, con l’università, a 18 anni se ne andavano al college mille miglia lontano, e nessuno li vedeva più nemmeno dopo la laurea. Via dal liquido amniotico. La separazione. Anzitutto gli Stati Uniti, terra di nomadi. Ma non da meno Paesi europei del benessere, dove un giovane che rimanesse nella stanzetta da bambino era considerato fino a poco fa un disadattato da portare urgentemente in analisi.

 FAMIGLIE PARCHEGGIO Ovvio che il benpensantismo nazionale si sia sbizzarrito in definizioni generalmente acide. Ragazzi in attesa di autonomia. Casa dei genitori scalo tecnico. Rivoluzione al contrario. Rifugio dal mondo crudele. Rientri “last minute”, all’ultimo minuto. Contro-emigrazione. Soprattutto Generazione Boomerang, “boomerang kids”, insomma avanti e indietro. Dopo che da noi si erano esibiti il ministro Padoa Schioppa, che brevettò appunto il suo sedicente irresistibile “bamboccioni”. E poi la non indimenticabile ministra Fornero, col suo “choosy” sbattuto in faccia a chi secondo lei faceva lo schizzinoso, rifiutando occupazioni non gradite. E il viceministro Martone col suo “sfigati”. E il capo del governo, Monti, e la poco incensurabile ministra Cancellieri con le loro tirate sul posto fisso così monotono, così noioso.

 Per i nostri figli è come avere le ali spezzate. Come vivere senza disfare mai la valigia: ma non da globetrotter, sempre in giro per le contrade del mondo, bensì per il destino di stabili precari in attesa di domani meno incerti, di partenza definitiva, ancorché a volte “triste solitaria y final” secondo il romanziere argentino Osvaldo Soriano. Che la vita fosse un eterno ritorno (eterno ritorno alle origini), ce l’aveva già insegnato il “nostoi” dei filosofi ellenici. Che fosse un’Itaca verso cui tendere sempre, ce lo ha insegnato Omero col suo Ulisse (e poi il poeta greco Kavafis). Che le foglie cadano sempre dove sono le radici, è prematuro e iettatorio dirlo per quella età, ma essenziale è capirsi.

 Il fatto è che di tempo ne è passato un po’ nella vicenda dell’umanità. E ora non avviene per scelta che si tenti di lanciarsi fuori e si venga ributtati dentro. L’Anno Sesto della Grande Crisi. E la mancanza di lavoro soprattutto per loro, i giovani ansiosi di diventare adulti, la generazione giustiziata sull’altare del privilegio dei padri a danno dei figli. Decapitata sulla pietra sacrificale della Società Liquida in cui nulla più è scontato e per sempre. Impigliata nella nuova storia della Società dei Flussi in cui tutto è mobile come Internet e nulla più è fisso. Condannata dalle spietate cifre di un giovane su tre senza lavoro.

 CACCIA AL FUTURO Dire che se la stiano cercando da soli con le loro fisime e il loro fiacco impegno, facendo i “choosy”, è carognesco verso chi è sempre stato sollecitato a studiare, a formarsi, a laurearsi nel Paese europeo col più basso numero di laureati. Ma anche il Paese in cui essere laureati è spesso un handicap: come solforicamente ironizza in questi giorni l’urticante film “Smetto quando voglio”. E il Paese in cui oltre la metà di questi laureati ha tanto capito come funziona che si dice disposto a fare qualsiasi lavoro, esempio cameriere, fattorino (oggi si dice pony express), commesso all’ipermercato, telefonista al call center. Come sempre più spesso fa.

 Che allora in questo ambientino ci sia un baluardo come la famiglia trasformata in ammortizzatore sociale, non deve scandalizzare nessuno. Anzi si dovrebbe ringraziarla pubblicamente, medaglia al Merito civile. Quell’ammortizzatore sociale cui dovrebbe provvedere lo Stato consentendo ai suoi figli di non avere il frigorifero vuoto, invece di costringere la società a fare catenaccio come la squadra di calcio che possa solo difendersi. Li abbiamo impantanati. Mettiamoli in condizioni diverse, e vedremo come questi ragazzi non più ragazzi faranno della loro vita un’opera d’arte.