Due tre cose di Sud a memoria del governo

Venerd́ 21 Febbraio 2014 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

Destino di Sud. Un governo non fa in tempo a ricominciare a dire qualcosa di meridionale, che cade e si ricomincia tutto daccapo. Chissà quanto il cuore di Renzi sia trafitto dal problema. Anzi tutto lascia immaginare un’altra storia. Volendo rilanciare l’Italia, e a modo suo al più presto, è prevedibile che come sempre si affidi alla mitica locomotiva del Nord. Come dire quella carica di tanti meriti tranne aver fatto crescere il Paese negli ultimi vent’anni. Mille note attenuanti, per carità. Compresa quella colpevolmente ignorata che a non sentirsi troppo bene è l’intera Italia e il Sud solo di più. Quindi nessuno innocente a questo mondo.

 Ma con una complicazione, leggi eterno scontro fra liberisti e no. I primi convinti che la maggiore ricchezza dei ricchi farà bene anche ai meno ricchi. I secondi convinti che la disuguaglianza è invece un freno alla crescita, bisognosa che anche i meno ricchi possano volgarmente consumare per rimettere in moto la San Giorgio. Insomma un’economia non si risolleva solamente con i Bulgari acquistati dai ricchi, è necessario che anche i meni ricchi si possano più modestamente comprare una camicia nuova. Scontro che vede in campo fior di premi Nobel, quindi tanto non banale quanto non risolto.

 Ovvio che in questa orchestra il Sud meno ricco cerchi di far capire di non poter essere sempre relegato a suonare i piatti. Di poter essere più una accelerata per tutti che una zavorra, di poter dare una mano più che essere sopportato solo come un problema. Ma potendo contare per questo sulle condizioni per comprarsi la camicia anzi produrla. A cominciare dalle famose infrastrutture, che non sono solo il tormentone dei treni inesistenti, ma anche credito bancario non più costoso che altrove, università non trattate da serie B, pubblica amministrazione che consenta più che ostacolare, criminalità non fatta diventare Stato dove lo Stato non c’è. Oltre che una classe dirigente un po’ meno indecente.

 Che sia la prima sul banco degli imputati, basta chiederlo a un passante qualsiasi al Sud. Discreto scaricabarile, per la verità, non essendoci almeno in democrazia classe dirigente che non sia più o meno al livello di chi rappresenta. E classe dirigente è sia il politico che chiede soldi per una strada che si potrà costruire a metà ma basta che arrivino i soldi, sia l’imprenditore più a caccia di appalti pubblici e aiutini che capace di sua iniziativa privata, sia il docente universitario più affamato di consulenze che interessato allo studio. Però fra le eredità del governo Letta ci sono i fondi europei e qui il discorso si fa più serio.

 Solo la Puglia può vantare fra le regioni meridionali di averne spesi o impegnati nei tempi giusti e in misura non soddisfacente ma accettabile. Tutte le altre un mezzo disastro. Molte le scuse, dalla burocrazia impossibile (quella di Bruxelles compresa), ai tempi biblici per concludere un’opera pubblica in Italia, ai soldi locali che servono per cofinanziarle e non ci sono. Ma che, in questo, la classe dirigente sia stata da Sud peggiore, non ci sono dubbi. E che debba prendersela anzitutto con se stessa prima di accusare altri, è altrettanto indubbio. Ecco il Sud che dovrebbe stare solo zitto.

 Per questo, sui fondi europei, il defunto ministero della Coesione territoriale aveva deciso di avocarli a sé sottraendoli alle Regioni per non farli finire in feste patronali. E solo grandi progetti  che riguardano tutti perché in fondo il Sud è una macroregione più divisa da confini amministrativi che geografici o economici. Ci sono 88 miliardi entro il 2022, cifra che sarebbe delittuoso sprecare. Ma sarebbe delittuoso anche disperderli in mille beneficenze più produttrici di voti che di sviluppo. O continuare a impiegarli soprattutto dove ce n’è meno bisogno, vedi la Lombardia che, udite udite, negli ultimi tempi ha fatto l’arraffatutto sia pure nell’inefficienza altrui.

 Pur se non ci fossero colpi di fulmine di Renzi verso il Sud, il nuovo governo dovrebbe continuare così. E confermare, al di là della voglia di piazza pulita del passato, quei 3 miliardi che Letta aveva destinato appunto al cofinanziamento nel caso si fosse sforato il patto di stabilità che impedisce di spendere oltre un certo livello anche se i soldi li hai. Si dovrebbero conservare anche i 10 miliardi nazionali per le infrastrutture, compresa l’alta capacità ferroviaria Bari-Napoli ormai più leggendaria per i suoi ritardi che per i suoi avanzamenti.

 Volente o nolente, il Sud peggiore che fa torto a quello migliore si era messo su questa linea. Renzi faccia sapere se conferma. Importante non solo perché farebbe andare più forte tutta l’Italia grazie al Sud. Ma anche perché metterebbe finalmente fuori gioco quel Sud del quale anzitutto al Sud non si vuole sentire più parlare.