Tutti chef povei noi

Sabato 22 marzo 2014 da " La Gazzetta del Mezzogiorno "

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Che cosa vuoi fare da grande? Lo chef. Solo poco fa avrebbero detto il calciatore. O il tronista, lo stilista, l’attore di fiction (sceneggiato) tv. C’è stato il boom di scienza della comunicazione che ha creato tante superstar fra i docenti quanti disoccupati fra gli studenti. Va ancòra molto l’architetto (o l’architetta), in misura direttamente proporzionale alla crisi dell’edilizia. Ma se si fa un casting, una selezione di comparse per il cinema o per la solita tv, ci vuole la protezione civile per evitare disordini fra le migliaia di aspiranti, proprio mentre l’ultima edizione del “Grande fratello” rischia la fine anticipata perché non se lo fila più nessuno.
 IL MITO GRANDE CUOCO Ora va lo chef. Che significa grande cuoco. In rapporto diretto col successo anzitutto di un programma come Masterchef, sorta di Sanremo della gastronomia, anzi peggio. Il più visto di sempre su Sky Uno, la terza edizione appena conclusa con il 52 per cento di spettatori in più rispetto alla precedente. Fenomeno anche sociale o social, raggiungendo i 400mila tweet, 200 per cento in più. E roba da alienazione, dei piatti non si sente neanche l’odore. Il tutto per la fascia di spettatori fra i 15 e i 54 anni, quindi anzitutto 15 anni, età fatta così: basta mostrare qualcosa che farebbe diventare famosi, perché la si voglia imitare.
 Difficile dire quanti quindicenni o su di lì sappiano fare un uovo a tegamino, figuriamoci i demenziali piatti propinati, per non andare troppo in là, solo dalle 22 puntate appena concluse. Ma era ed è uno show, in paese si radunano per vederti, i giornali sparano paginate (e ci casca anche questa rubrica): c’è tutto perché finisca nel campo del mito, come se un giorno tutti volessero fare gli scalatori dell’Everest o i giocatori professionisti di poker.
 Oggi i miti si costruiscono tanto rapidamente quanto rapidamente si sgonfiano a favore di un altro. Qualcuno si è chiesto che fine facciano poi non solo gli chef laureati dal piccolo schermo, ma anche i vincitori di altri talent show, i programmi a caccia di ipotetici talenti, fossero pure del pisticchio. In gran parte missing (in inglese), desaparecidi (spagnolo), scomparsi (italiano): magari a caccia di qualche ultima comparsata a pagamento in feste patronali o discoteche, quando rullano i tamburi per l’arrivo del personaggio, foss’anche quello che si possono consentire. Non si contano i reduci di remotissime puntate di chissà che.
 FORNELLI 24 ORE Ma voglio fare lo chef significa cucina, dove una “Prova del cuoco” qualsiasi ha creato il suo piccolo culto. Basta accendere la tv in qualsiasi ora della giornata per beccare fornelli in azione. Col corredo di malefici soggetti o malefiche soggette (più rare, in verità) col grembiale, tanto di distintivo più spocchioso di onorificenze reali, e il cappellone in testa alle prese con pentole e piatti. A preparare ricette che molti si appunteranno ma che pochi imiteranno, pena lavande gastriche. Ma la giostra va e lasciala andare.
 Del resto va anche in libreria, dove basta che qualche disgraziato sforni un libro con le ricette della nonna o delle ziacce sue, perché diventi best seller (più venduto). E per fortuna, funzionando quei libri come un tempo i cinepanettoni per il cinema: ci si tura il naso, ma meno male che ci sono perché reggono la baracca contro la crisi. Ma se ogni casa conserva le ricette della sua propria nonna, perché sono tanto popolari quelle delle nonne altrui?
 Vattelappesca, di questi tempi da neurodeliri. Sarà che la cucina riguarda tutti, sarà che ora a ospitare a cena ci si sono messi anche i maschietti, sarà che ogni era ha i suoi valori veri o falsi, sarà che specie per noi italiani ogni piatto fumante non è solo un piatto fumante ma convivialità, rapporti umani, gusto della vita, bellezza. Sarà. Ma bastano tre facce di chef con occhio da ceffo, un mucchietto di concorrenti col coltello fra i denti, piatti che solo a sentirli nominare ti serve un malox: ed è fatto il record di ascolti. Per dividere ancòra una volta un Paese che se non ha i Coppi e i Bartali, le Sofia Loren e le Gina Lollobrigida, l’Inter e la Juve non campa. Ora ha avuto l’odioso medico torinese Federico e il piacione barese Almo per fare come sempre il suo piccolo tifo da stadio.
 Facciano pure, anzi faccino pure alla Totò. Ma il primo che ci propone una tartara di salmone e baccalà mantecato o il risotto alle lumache e coda brasata, chiamiamo il 113.