Ma al Sud non servono troppi grilli parlanti

Venerd́ 28 Marzo 2014 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

Scena di vita al Sud. Incontro con un consigliere regionale, solito caffè, poi va via in fretta. Ma dove, visto che non c’è Consiglio né commissione? Sai, c’è sempre la clientela. Clientela significa gente da ricevere e da ascoltare, gente cui magari promettere. Osservata dall’esterno, sarebbe immediato il commento: ecco la classe politica meridionale, non cambierà mai come non cambierà mai il Sud. Lasciamoli tutti al loro destino.

 L’incontro ripropone appunto il problema della classe dirigente, da alcuni ritenuta unica causa di tutti i mali del Sud. Come se fosse un modello a sé in un’Italia in cui ogni giorno c’è uno scandalo “made in Lombardia”. E ora ci si mette anche il Piemonte, mentre tutte le Regioni sono al centro della vergogna per le loro spesucce con soldi pubblici (per la verità, tutte tranne la Puglia). Ma non c’è assoluzione dal “così fan tutti”, il male non diventa bene solo perché generalizzato.

 Per il Sud c’è un’aggravante: non puntare il dito sulla classe dirigente, significa assolverla, quindi continuare a illudere il Sud. Continuare a illuderlo col “sudismo” di chi, invece di prendersi tutte le colpe, le va a ricercare sempre altrove: nell’Italia, se non addirittura nell’unità di 150 anni fa. “Sudismo” invece che sano “meridionalismo”. (Bisognerebbe ricordare che, fino all’irruzione delle Regioni, tutto ciò che riguardava il Sud non si decideva al Sud. E che le Regioni sono nate poco più di 40 anni fa, mentre il Sud è Sud da molto più lunga data. Ma tant’è).

 Che la classe politica meridionale non sia mai stata né De Gasperi né Churchill, non ci piove. Anzi con tante scuse a De Gasperi e Churchill. Classe miserabile, inefficiente e corrotta, si è tuonato di recente. Dalla ininterrotta tradizione di malgoverno. Ma l’accusa al Sud si è ora specializzata, estendendosi agli intellettuali, a cominciare da quelli più pericolosi: gli insegnanti, capaci di diffondere semi velenosi. E di rendersi complici se si mettono anche loro a lamentarsi di inesistenti colpe altrui.

 L’intimidazione è: non creda la gente del Sud di tirarsi fuori. Colpevole anch’essa della grande colpa collettiva meridionale. Come se essere gente del Sud fosse semplice: Sud significa soprattutto mancanza di lavoro. Ebbene cosa doveva fare questa gente, se non ricorrere a chi, e purtroppo, in questa situazione era l’unico a poterlo procurare, cioè il sia pur cattivo politico? Cosa doveva fare, specie se questo politico la gente non può neanche sceglierselo, essendo i rappresentanti del popolo non più scelti dal popolo ma da quattro boss di partito per tutt’Italia? Quella stessa Italia che, di fronte a certi improbabili stinchi di santo, a volta anzi avanzi di galera propinati al Sud, poi accusa il Sud di tenerseli.

 Magari le colpe sono collettive, fra un’Italia che dal Sud vuole i voti in cambio di assistenza (almeno finché quattro lire c’erano), e un Sud che ci sta. Perché invece, secondo i comodi censori da salotto, il Sud dovrebbe andare in piazza a sfasciare tutto, a ribellarsi. Perché se subisce si rende complice. Anzi se subisce dovrebbe ringraziare perché ai suoi figli è consentito andarsene altrove, baciamo le mani. Proprio difficile fare la gente del Sud, specie quando i più critici sono in casa. Grilli parlanti senza sporcarsi le mani.

 Poi è lo stesso Sud che davvero dovrebbe ribellarsi perché nascere al Sud significa in partenza avere meno treni, meno strade, meno scuole, meno asili, meno case per anziani, meno bus, meno servizi di civiltà, meno tutto. Nascere al Sud significa piangere di più appena aperti gli occhi al mondo. Significa essere danneggiati in termini di legge, mica per caso. Ma non bisogna dirlo, altrimenti si fornisce un alibi a quei farabutti di dirigenti che hanno utilizzato i soldi non per lo sviluppo ma per una rendita personale, per arricchirsi e farsi eleggere. Né bisogna ribellarsi, ma cosa vuole questo Sud.

 Fuori polemica. Il fatto è che bisognerebbe dire tutte due le cose, e non si capisce perché non si possa. Bisognerebbe additare le colpe in casa, a cominciare dalla impresentabile classe politica. Dire che il Sud è un problema del Sud, come diceva il filosofo Bobbio (ma nel senso che non può illudersi che altri se ne occupino). Ma dire anche che finché la patria è matrigna, dando più a un figlio che all’altro, si perpetuano le due Italie, e il grande inganno della disunità unità.

 Domanda: chi fa più un favore ai politici del Sud? Chi privando il Sud del necessario lo costringe ad arrangiarsi con ciò che c’è, o il Sud che invece di esplodere capisce tutto ed emigra finché fa in tempo? Purtroppo nulla si può tagliare con l’accetta. L’unica cosa certa è il risultato dell’eterno scontro: il Sud che, mentre i censori censurano, rischia di finire dritto nel suo deserto prossimo venturo.