Fare il giornalista e poi vivere.....ugualmente infelici

Venerdì 28 Marzo 2014 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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Brutto mestiere dover ricordare un collega e amico che se ne è andato, come Antonio Rossano. Si rischia la retorica figlia dell’emozione. Mi si permetta di parlare in prima persona per dire che scrissi di lui alla sua scomparsa, tre anni fa. Ne aveva 70, ma appunto senza retorica conservava ancora la vivacità di un ragazzino, visto che era lì a inventarsene ogni giorno una. Egli creatore di stranezze come “Cippecciotti, Pierotto baffobuffo”, egli scrittore di castelli volanti, egli che diceva Viva i santi, viva tutti quanti e altre fantasie del genere. Lo vedevi a quella macchina da scrivere come un monello.

 Ma non c’è da meravigliarsene, dato che (mi autocito) “usava la penna come un pennello, guizzava fra le righe con la leggerezza di un danzatore, soffiava la parola con la sapienza di un piccolo mago, disegnava ghirigori con la tenerezza di un clown”. Dato che Antonio era un incantatore. E dato che la cultura era stato il suo grande amore dopo il giornalismo, tanti libri per tanti editori

 Cultura a tutto tondo, col teatro sua passione per nulla nascosta. Anzitutto i monologhi recitati dal suo fraterno amico Giorgio Aldini, medico che ci lasciò quasi insieme a lui, e chissà quante messinscena ora su altri palcoscenici. E tre radiodrammi trasmessi dalla Rai. Ma anche le cronache dalle stagioni liriche del Festival della Valle d’Itria, per non parlare del suo Petruzzelli che a lungo aveva lasciato orfano lui quanto una intera città.

 Eppure questo signore dal sempre pronto sorriso antico, questo arrotino di parola senza mai un tono alto, questo fine dicitore dalla caldissima voce, non è che non fosse uno di prima linea in quel mestiere un po’ da senzacasa e senzapatria e senzamadre che è il giornalismo. Stagioni tostissime, culminate in quella cupa giornata dell’assassinio di Benedetto Petrone a Bari.

 Furono stagioni che egli traversò da capocronista della “Gazzetta del Mezzogiorno”, di quelli col mezzo sigaro in bocca, le maniche rimboccate, il pelo sullo stomaco e un’aria a metà fra la questura e il pronto soccorso (quelli più estremi comprendono anche la bettola). Altro che Cippecciotti, era roba da marciapiede. Fu anche la lunga stagione di Aldo Moro, da lui seguito nelle tappe pugliesi.

 Poi passò alla Rai, ma senza l’ossessione del protagonismo in video, roba spesso da rampantismo che non gli apparteneva. Tanto è vero che appena potè sbarcò alla radio e a Roma come inviato, non senza averci lasciato prima inchieste e servizi memorabili, uno premiato col Saint Vincent, massimo riconoscimento giornalistico italiano. Infine l’università dove (ritorno alla prima persona) avevamo un insegnamento comune in comunicazione o giù di lì, e non c’era volta che non arrivasse puntuale e solerte con quella sua improbabile Alfa Romeo rossa. E sparava i suoi 30 non solo perché era un buono, anche troppo, ma perché non c’era nessuno che non seguisse il suo piffero magico.

 La direzione del Master in giornalismo dell’Ordine ne fu il naturale sbocco, come chi aveva tanto raccolto per tanto donare. E anche lì i migliori voti toccavano a lui, anche se sornionamente sembrava darli. Un suo libro in materia voglio ricordare: “Scoop, ovvero come fare il giornalista e vivere ugualmente infelici” (Dedalo), dedicato, fra gli altri, “alle mogli dei giornalisti, a quelle che hanno resistito” (tanto per capirci).

 Nel libro avvertiva che anche dopo una mitica notizia come l’uomo che morde il cane, il giornalista, maledizione, si ritrova sempre infelice. Perché il giornalista è uno che, se lo fa davvero (e non è sempre vero per tutti), ogni volta alza l’asticella di un centimetro. Segnando la sua condanna non alla infelicità, ma alla continua ricerca del prossimo cane che si fa mordere dall’uomo. Non se ne trovano tutti i giorni, ma non è detto: basta cercare. Parola di Antonio, rabdomante di cani fessi e di notizie.