Tutto il Sud racchiuso in due eterne storie

Venerdì 4 aprile 2014 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

Due storie meridionali a confronto. La prima ricavata da Facebook. Ho incontrato al bar un amico che non vedevo da tempo. Mi ha detto che fra un po’ si trasferisce con la sua ragazza in Olanda per cercare di darsi un futuro. Fra qualche settimana una mia collega psicologa va a vivere in Francia, raggiungendo il fidanzato che è già lì da mesi. E un mio conoscente diplomato all’istituto alberghiero se ne è andato un anno fa in Canada. Altri due ragazzi con i quali uscivamo la sera sono già uno a Milano e l’altro a Verona. Ho saputo tutto questo nel giro di pochi giorni, si scappa di corsa, sembra un esodo inarrestabile. Perché andare via è l’unica possibilità per noi del Sud?

 Sembra una cronaca di altri tempi, quando si narrava l’esodo biblico di fine ‘800 verso la Mèrica.Tutti partivano, nel quartiere non c’era casa che non piangesse. Pareva la guerra. E come quando c’è la guerra, le mogli restavano senza marito e le mamme senza figli. La Carmelina rimaneva giovane giovane sola con una creatura al petto. E poi partiva il figlio unico di mastro Antonino, e Ciccio Spiga, e il marito di Maruzza la biondina. E i meglio giovani del paese andavano a lavorare in quella terra incantata che se li tirava come una malafemmina. Ora anche Mariano, che aveva un poderello che dava pane e olio.

 I tempi sono cambiati, ora basta un aereo low cost, a basso prezzo, per portarti in capo al mondo, non è più necessario che partano i bastimenti. E i nostri giovani hanno i piedi più leggeri dei loro nonni. Vanno oltre ogni frontiera, come navigano oltre ogni frontiera con Internet. Non solo più legati al filo d’erba, ma questo non significa che non vorrebbero restare a casa. C’è però chi dice che partire è l’unica possibilità per riequilibrare gli squilibri, si va verso i territori più sviluppati che attraggono di più per il lavoro. Così si allenta anche la tensione sociale dove ce n’è meno. Ma chi se ne va è anche l’unico capitale umano che potrebbe crearlo, quel lavoro. Una trappola.

 L’altra storia meridionale è raccontata da un film, Salento del Capo. Piccola azienda tessile che produce per fabbriche del Nord. La pagano quattro soldi, ma ancor meno di quattro soldi quelle fabbriche possono pagare i cinesi. Così è crisi, Equitalia incombe, non resta che chiudere. Un fratello parte per la Svizzera, la sorella non può che restare con un’altra sorella, una figlia scapestrata, la nonna. Che fare? Svendono la casa, hanno un casolare in un terreno, litigando a sangue fra loro come diviso è sempre il Sud, si spostano lì per coltivare controvoglia la terra. Ma quella terra fa il miracolo di tirarle fuori da un destino che sembra segnato, dal cinismo dell’abbrutimento, dalla psicologia del non si può. Insomma si danno da fare e a onta anche di stesse, ce la fanno. E stanno in grazia di Dio, titolo del film di Edoardo Winspeare, salentino di Depressa, nome che è una sentenza solo per chi l’accetta.

 Tutto il Sud è racchiuso in queste due storie. La partenza degna di ogni rispetto di chi va via a caccia di un domani e di un senso alla propria vita. La voglia di non arrendersi di chi, neanche credendoci, scopre di potercela fare restando. Si potrebbe dire anche il lamento e la volontà, l’abbandono e le maniche rimboccate, se non fosse così ingiusto e ingeneroso verso esistenze altrui.

 E però, se il Sud riscoprisse questa sua forza sotterranea? Se riscoprisse questa capacità di non arrendersi? Questa voglia di non affidarsi a un addio per quanto doloroso ma allo spirito di chi pietra su pietra ha costruito quella meraviglia dei suoi muretti a secco? Se la smettesse di considerarsi solo un divario con il resto del Paese e fosse Sud e basta? Un Sud che ripartisse dai suoi segni positivi più che da quelli negativi, dai segni più non da quelli meno. Per scoprire se il deserto che gli è stato profetizzato, deserto umano ed economico, non possa attendere. Per scoprire se non sia il caso di provare a restare al Sud affidandosi a quella forza di superare gli ostacoli che è il suo vero petrolio. Controvento, certo, ma non meno determinati.

 Questo non vuol dire accettare la facile lezioncina di certi meridionali col dito puntato e il maglione di cashmere. Meridionali privilegiati travestiti da modernisti secondo i quali la causa di tutti i mali del Sud è il Sud medesimo. E che nulla bisogna chiedere agli altri quanto a se stessi. Certo invece che bisogna aspettarsi dall’alto, anzi pretendere, ciò che al Sud non è stato dato: mezzi e servizi civili che gli consentano di fare da solo. Ma il Sud si chieda anche se restare al Sud non sia solo una condanna. Coraggio, ragazzi. Tanti lo fanno e senza tappeti né pavimenti di marmo ce la fanno e alla grande anche. Stanno in grazia di Dio, come insegnano quattro donne e la loro madre terra.