Quando il calcio diventa arabo

Sabato 5 aprile 2014 da " La Gazzetta del Mezzogiorno "

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Liberiamo il calcio dal suo calcese stretto. Questa che segue è una traduzione simultanea in linguaggio umano di quello abitualmente utilizzato soprattutto dai commentatori televisivi. Ad uso dei non addetti ai lavori, di chi non ha mai frequentato una Curva Sud, di chi non bazzica abitualmente i Bar dello Sport.

 “Intervento da tergo”: alle spalle, colpendo gambe o lombi, senza sospettare altri modi di intendere quel tergo.

 “Colpito in zona molto sensibile”: di quando il pallone va a finire, con forza fulminante, in zona sotto ventre di un avversario, procurando dolore fantozzianamente insostenibile.

 VOCABOLARIETTO PER VOI “La squadra ci crede”: di squadra che non demorde, che crede di poter raggiungere un certo risultato. Detto precauzionalmente quando la squadra ci ha già creduto facendo gol (in questi casi il gol era nell’aria e si poteva annusare).

 “Fa sentire il fisico”: calciatore di due metri di altezza, uno e mezzo di larghezza e un quintale di peso, che fa capire all’avversario di girare al largo. Variante: fa perno sul difensore, nel senso di poggiarglisi addosso di spalla ruotando come se il difensore non fosse un cristiano ma un cuscinetto a sfera.

 “Va a prendersi il cartellino giallo”: giocatori che si presentano all’arbitro per ritirare il cartellino giallo, equivalente a una ammonizione. Se successivamente spezzano le gambe all’avversario, vanno a prendersi un altro giallo, due gialli si tramutano in rosso che significa espulsione. Variante: rosso diretto, quando uno non ha tempo da perdere con i due gialli e le gambe le spezza direttamente in un colpo solo.

 “Dirige all’inglese”: arbitro che fa passare qualsiasi giocata diciamo un po’ energica perché il calcio è uno sport cosiddetto di contatto, quindi si può sotterrare, asfaltare o cappottare l’avversario basta che lo si faccia come fanno in Inghilterra.

 “Incrocia lo sguardo col suo assistente”: arbitro che scambia un’occhiata col segnalinee lontano 50 metri capendosi al volo mentre uno è in corsa in una direzione e l’altro nella direzione opposta. Casi studiati in tutte le cliniche oculistiche del mondo.  

 “Il difensore lo mura”: espressione edile per dire di difensore che oppone al tiro dell’avversario un piedone di cemento armato che mura il tiro e il suo autore. Ipotesi opposta: lo sfondamento dell’attaccante sul difensore, con reparti ortopedici e di chirurgia plastica pieni di difensori con evidenti segni di camionata.

 “Tenta l’imbucata”: dicasi in genere di centrocampista che tenta di passare la palla in area fra due difensori avversari tanto furbi da lasciare aperta fra di loro una voragine. Ma se l’attaccante destinatario dell’imbucata non ha capito, si dice (anzi dicono) che non ha letto le intenzioni del compagno ed è un trimone (su gentile concessione del sindaco Emiliano)

 “Non gliela dà”: trattandosi di calcio maschile, non dovrebbero esserci equivoci. Non gliela dà la palla.

  IL MITICO SOMBRERO “Scomparso nel secondo tempo”: in genere le ricerche sono immediate, anche da parte dell’allenatore che avrebbe da dire qualcosa al suo giocatore imboscato mentre gli altri buttano il veleno in dieci.

 Altre voci da vocabolario: l’intervento dei sanitari (i medici in campo con l’acqua miracolosa buona dal pestone alla tibia fratturata); non trova la porta (tiri eseguiti da piedi genericamente definiti di tavola); non è il suo piede (non quando si gioca col piede di un altro, ma quando il mancino tira col destro fra la disperazione di compagni e allenatore); esegue il sombrero (fa passare la palla sulla testa dell’avversario e dicono sombrero perché lo mettono in testa i messicani, pensa tu); corre a ritroso (all’indietro pur avendo gli occhi davanti e senza specchietti retrovisori, risultato immaginabile); palla strozzata (omicidio escluso, ma palla colpita in modo tale che arranca come se le mancasse il respiro); salgono le colonne (giocatori formato obelischi che tentano di prendere la palla di testa); panchina traballante (allenatore che se perde anche l’ultima partita è mandato sulla panchina dei giardinetti).

 Se questo è lo stile, non meraviglia l’intervista di qualche tempo fa a Cavani, ex attaccante del Napoli. L’intervistatore gli chiede se ci fosse qualche “problema relazionale” fra i giocatori e l’allenatore. E Cavani: scusa, non ti ho capito. Dopo aver studiato il caso, si è appurato che i problemi relazionali li avesse l’intervistatore non solo con la lingua italiana.